Buoni Propositi #6

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Alzi la mano chi, tra voi donne, non ha mai vissuto un momento di insicurezza rispetto al proprio fisico e si è ritrovata a guardare le altre con un misto di tristezza e invidia e criticando senza pietà quel rotolino in più sulla pancia, quella ruga di espressione, quei capelli così in disordine. A me capita un sacco di volte e quando mi prende il familiare senso di frustrazione ricordo a me stessa che il mio sguardo su di mè è mille volte più severo di come mi vedono gli altri.

Le giornate in cui ci si sente brutte ed inadeguate ci saranno, ma amare il proprio corpo vuol dire anche prendersi cura di se stessi, mantenendolo sano, controllato e  in forma. Il nostro corpo è lo strumento che ci è stato donato grazie al quale riusciamo a fare una quantità incredibile di cose nel corso della vita: è un complesso meccanismo di cellule, rinnovamento, forza ed energia…se ci fermiamo a pensare al miracolo della vita, al riuscire a camminare, correre, sfogliare un libro non possiamo che amare il nostro corpo e impegnarci per rispettarlo al meglio.

Mi piace fare mia una citazione di una delle mie attrici preferite, che accompagnava al talento per la recitazione un’innata eleganza e grazia. Sto parlando di Audrey Hepburn:

“Per avere degli occhi belli, cerca la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l’atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola.”

  • Questa settimana prova a ….:    Trova 5 minuti al giorno, la mattina oppure la sera prima di andare a dormire e guarda te stessa con attenzione allo specchio. Accarezza la tua figura con gli occhi con cura, amore e rispetto, senza giudicarti. Guarda le parti di te che ti piacciono e valorizzale, accetta i tuoi difetti come qualcosa di naturale (chi, in fondo, può dirsi davvero perfetto?)

AUTISMO: “…E DOPO DI NOI?”

Da pochi giorni, il 2 aprile, è stata la Giornata Mondiale dell’autismo.

La sindrome autistica rientra nell’ambito delle psicosi infantili ed è classificata come un disturbo pervasivo (generalizzato) dello sviluppo caratterizzato da gravi alterazioni del comportamento, della comunicazione e dell’interazione sociale.Questa patologia compromette il funzionamento del cervello, si manifesta nei primi tre anni di vita del bambino e dura tutta la vita. Si tratta di un disturbo invalidante non solo per il soggetto che ne è colpito, ma che porta pesanti ricadute anche sulle famiglie che, loro malgrado, si trovano a fronteggiarla quotidianamente.  Occorre liberarci dalle edulcorazioni che molti film o racconti ci mostrano rispetto all’autismo, dipingendo la malattia in maniera spesso errata ed eccessivamente semplicistica. I casi in cui i soggetti sono autonomi, in grado di vivere una vita pressoché normale o, addirittura, con competenze al di fuori della norma e “geniali” sono, purtroppo, un esigua minoranza. In realtà, nella maggior parte dei casi, il bambino (e adulto) autistico è a tutti gli effetti un disabile grave o gravissimo.

Risulta inevitabile, allora, riflettere sull’enorme carico di stress e malessere psicologico che si riversa inevitabilmente su famiglie che si trovano a combattere quotidianamente una sotterranea guerra con un mostro invisibile e subdolo.

Sì, perché l’autismo non si abbatte unicamente contro chi ne è colpito, ma è una malattia che coinvolge (e stravolge) l’intero nucleo famigliare: genitori, fratelli, nonni, zii. Ed è sicuramente una vera e propria guerra, senza pace né sosta, un lavoro non stop, 24 su 24. Il bambino autistico assorbe la vita di chi gli sta accanto, richiedendo cure ed attenzioni costanti: non esistono vacanze, uscite, domeniche. La stessa scansione giorno/notte è spesso stravolta. Occorre essere attenti ad ogni aspetto della vita quotidiana che potrebbe compromettere l’incolumità del soggetto autistico (nascondere oggetti pericolosi, stare costantemente attenti a porte e finestre…). A tutto ciò si aggiunge spesso un progressivo allontanamento degli amici (“..siamo seri, come si fa ad uscire in pizzeria se all’improvviso il bambino può avere una delle sue crisi?”).

La situazione arriva a peggiorare, se possibile, al compimento dei 18 anni di età, quando il giovane autistico si trova ad essere trattato come un disabile generico (troppo grande per il neuropsichiatra infantile, con una disabilità troppo particolare e contorta per gli stessi professionisti del settore). Gli sforzi fatti in età infantile, i progressi e le abilità acquisite rischiano allora di venire spazzati via dalla mancanza di un chiaro riferimento di servizi e di specialisti in grado di gestire questi ragazzi in modo adeguato.                                         Questo vuoto “istituzionale” produce un carico assistenziale eccessivo che grava quasi interamente sulle famiglie, sempre più schiacciate sotto il peso della malattia e a volte costrette addirittura a ricorrere a massicce dosi di farmaci per riuscire a tenere sotto controllo il comportamento dei propri figli. Gli stessi figli che, seppur cresciuti, rimangono “bambini” bisognosi di cure mentre parallelamente le forze dei genitori vanno progressivamente scemando con l’avanzare dell’età. L’esperienza mi ha portato a dire che sia proprio questo il timore più forte dei familiari di un soggetto autistico: la perdita di energie e risorse a causa dell’inevitabile invecchiamento (che dovrebbe portare come conseguenza all’essere sempre più sgravati da pensieri e responsabilità) si scontra con la drammatica consapevolezza di non essere tutelati e doversela “cavare da soli”. Quante volte sentiamo dire a madri e padri: “Spero che il mio ragazzo muoia poche ore o giorni prima di me”? una frase sicuramente terribile ma che fa comprendere in modo brutale quanto queste famiglie si sentano abbandonate e si pongano tutti i giorni la domanda riguardo la futura sorte del proprio parente una volta rimasto solo.

Occorre garantire ai soggetti autistici ed ai loro cari una quotidianità che, pur tra le evidenti difficoltà, sia il più possibile semplice e serena. Un grande riconoscimento va dato a tutte quelle associazioni di genitori che, rimboccandosi ogni giorno le maniche, si prodigano da sempre per sollecitare il mondo politico e la società allo scopo di garantire ai propri figli il giusto riconoscimento come esseri umani dotati di dignità.

Sono necessari supporti economici alle famiglie colpite dall’autismo, diagnosi specifiche fatte da personale altamente qualificato e formato, politiche adeguate e centri terapeutici, nonché un costante movimento culturale per diffondere le conoscenze su questa malattia, promuovere incontri, corsi di formazione ed aggiornamento, supporto psicologico ai famigliari ed agli amici dei soggetti autistici.

Per definirci davvero un popolo civile non possiamo ignorare le problematiche che la patologia autistica porta nella vita di tante persone: dobbiamo permettere a ciascun genitore il diritto – dovere di creare un futuro dignitoso ai propri figli, pur se disabili.

MALATTIA MENTALE, ANORMALITA’ E NORMALITA’

Buongiorno a tutti i lettori del blog. Oggi vi propongo un articolo che ho scritto un pò di tempo fa, ma che ritengo essere sempre attuale. Per una volta allarghiamo il campo di riflessione e non parliamo solo di genitorialità o infanzia, affrontando il difficile tema della malattia mentale.

Se consideriamo la natura umana nel suo manifestarsi immediato, percepiamo come accettabile tutto ciò che siamo in grado di spiegare razionalmente ed tendiamo ad allontanare quanto ci appare diverso, incomprensibile, addirittura misterioso. Viene stabilito, dunque, un indice di normalità, a cui ciascuno deve conformarsi e dal quale si è fatta derivare, fin dall’inizio della storia dell’umanità, una classificazione delle diverse manifestazioni che se ne discostano, allo scopo di trovare i mezzi più adatti per curare tutto ciò che si è voluto definire come malattia mentale. Ci si è serviti di diversi termini (Delirio, follia, pazzia, insensatezza, psicosi, malattia mentale…), tutti accumunati dall’indicare un’unica condizione patologica in cui la ragione sembra perdere ogni autorità, a vantaggio dell’irrazionale e dell’assurdo. L’analisi etimologica stessa del termine delirio rimanda al “de-lirare”, ossia l’uscire dalla lira, dal seminato, ovvero da ciò che è logico e razionale.

Oggi, a seguito di accurati studi della neurologia, delle neuroscienze e di discipline quali psichiatria e psicofarmacologia, psicologia e psicoanalisi, l’uomo dispone di una versione più attendibile della malattia mentale rispetto alle confuse rappresentazioni sociali della follia che si sono succedute nel corso dei secoli. La letteratura mostra come la malattia mentale esista in quanto fatto oggettivo (di ordine biologico e medico-clinico e/o di ordine psichiatrico-psicologico), e questo è un fatto innegabile. Tuttavia accanto ad essa si trova, purtroppo ancora troppo spesso, anche il “pregiudizio”, ovvero un giudizio anticipato e connotato negativamente.

Pertanto la malattia mentale diventa anche un fatto soggettivo, che colpisce il singolo individuo portatore di patologia, accompagnandosi a sintomi e sofferenze spesso invalidanti.

La percezione ed interpretazione da parte della collettività rispetto all’individuo portatore di malattia mentale sembra rivestire una fondamentale importanza, fatto questo confermato dagli studi che confermano quanto sia rilevante l’atteggiamento dei soggetti sani nei confronti dell’individuo malato. Egli, portatore di un disagio, deve spesso sommare al suo dolore di base quello derivante dall’inconscia paura che gli altri provano nei suoi confronti e che si manifesta sotto forma di una comunicazione non verbale fatta di occhiate, evitamenti fisici, smorfie e rifiuti più o meno espliciti. Il passaggio successivo, ancora più grave e pericolosamente vicino, è il passare dal pensiero all’azione vera e propria, attraverso atteggiamenti di stigmatizzazione, emarginazione, punizione o isolamento.

Si tratta di meccanismi di difesa messi in atto dal soggetto sano allo scopo di tutelarsi dall’angoscia della malattia, ma che hanno pesanti risvolti sui soggetti in realtà più deboli e bisognosi di aiuto.

Bodei ribalta la concezione di delirio partendo dal presupposto che ogni mente, anche la più malata, cerca al suo interno una organizzazione logica, da cui possiamo intendere che la mente del soggetto malato non è mai priva di contenuti; semplicemente ha in sé significati non comprensibili dal soggetto cosiddetto normale e segue schemi aventi una propria logica, pur se distorta. Tale ipotesi può però essere accettata solo aprendo la propria mente alla possibilità che anche nel caos della mente delirante esista una piccola isola di autenticità. Se ci poniamo la domanda “che cos’è la diversità? Che cosa stabilisce l’essere deviante dalla norma?” non sembra possibile trovare una facile risposta. Per comprendere veramente il significato di malattia mentale ritengo sia utile partire dal concetto di relatività. Infatti, tutto ciò che accade nel mondo, gli atteggiamenti, i giudizi su ciò che ci circonda e sulle persone sono soggetti ad interpretazione e come tali estremamente relativi. Inoltre, quasi tutto dipende da chi giudica (e non da chi viene giudicato). Lo stesso concetto di normalità o anormalità non è universale, varia da cultura a cultura e muta di significato nel corso del tempo. Scorrendo la letteratura ci possiamo rendere conto di come molte esperienze umane considerate prive di senso in determinate società o epoche storiche, siano poi state al contrario accettate come logiche e naturali presso popolazioni o periodi differenti, subendo continue e ripetute trasformazioni Troppo spesso la persona comune e sana sembra eccessivamente legata al suo buon senso ed alla sua ragione. Questo rischia di portare al rifugiarsi in pseudo certezze che da un lato hanno la funzione di rassicurare, ma dall’altro portano al rischio di fare chiudere l’individuo in una sterile e ristretta visione delle cose e del mondo. Accettare il ragionamento del malato mentale come portatore di un valore in sé implica che la società dei sani si metta in discussione, accogliendo l’esistenza di idee e di comportamenti che sfuggono alla ragione della gente comune e lavorando insieme per trovare nuove strategie per permettere una sempre maggiore integrazione nella società della persona, pur se malata, restituendole la giusta dignità e riconoscendola semplicemente in quanto individuo.