CINEMA, PSICOANALISI E FOLLIA: COME AVVIENE LA RAPPRESENTAZIONE DEI “MATTI”SULLO SCHERMO

Chi mi conosce bene sa che le mie due grandi passioni sono il cinema e la psicologia. Ci addentriamo quindi oggi, con questo articolo, in un ambito affascinante, ovvero lo stretto rapporto esistente tra psichiatria e mondo cinematografico.

La nascita ufficiale della psicoanalisi viene fatta convenzionalmente risalire dagli studiosi al 1895, anno in cui Freud pubblica la sua opera “Psicoanalisi dell’isteria” dando origine alla psicologia dell’inconscio. È significativo il fatto che, proprio nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, i fratelli Lumière organizzino le prime proiezioni pubbliche del loro “cinematografo”, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova e rivoluzionaria arte. Per questa coincidenza temporale, Musatti ha definito la psicoanalisi “sorella gemella” del cinema, in quanto sua coetanea.

Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno inoltre fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto, mostrandosi come due tra le discipline con maggiori affinità elettive: entrambi si sono occupati da sempre di pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita.

Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni, aveva riconosciuto un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio è una sorta di cavità teatrale, uno schermo su cui immagini e simboli giocano i loro ruoli. Come per l’inconscio, nella sala cinematografica c’è il buio, c’è il vuoto e questa attesa iniziale prima che inizi il film.  Nell’uomo esiste un mondo interiore, evocato nei sogni, e il cinema, in quanto macchina di sogni, pare in grado di far nascere nello spettatore dinamiche identificative e proiettive rispetto ai personaggi ed alla storia raccontata.

Attraverso l’analisi di opere cinematografiche si è capito che il cinema, così come la psiche, è contemporaneamente molte cose insieme: può essere luogo di cura e di sostegno, uno spazio di fuga dal reale, un territorio privilegiato in cui evocare i più segreti timori e fantasie per renderli innocui. Allo stesso tempo è anche il luogo in cui si sono da sempre potuti ritrovare tutti gli oggetti del desiderio collettivo, le pulsioni e gli istinti più primitivi. Diversi autori sostengono che il mondo visto attraverso la macchina da presa perde le sue caratteristiche specifiche per trasformarsi in segno universale: ecco che allora il cinema diventa strumento utile per favorire l’elaborazione della storia proposta ed il cammino evolutivo del personaggio, consentendo l’avvicinamento al mondo personale di ciascuno che sarebbe troppo doloroso da affrontare.

Il cinema è una cornice dentro cui i protagonisti raccontano e mostrano ciò che sono. Le emozioni fanno vivere le storie ed è attraverso le storie che si vivono emozioni.

Quando il cinema si propone di mettere in scena il mondo della follia, può diventare strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che, attraverso il film, si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, spesso sconosciute a causa dello stigma che le caratterizza.

Analizzando i film che raccontano storie di malattia mentale, si evidenzia come la maggior parte rappresentino il disagio psichico come una grave alterazione mentale che porta il soggetto ad azioni violente e pericolose, senza che riesca più a distinguere tra bene e male. Pertanto si sono utilizzati spesso modelli stereotipati per rappresentare storie in cui sono affrontati i problemi della psiche. Tuttavia, se da una parte vi sono film che hanno rafforzato tale dicotomia consolidando i luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, dall’altra ve ne sono altri che hanno esplorato con sensibilità ed efficacia i territori della mente, aiutando a  capirne meglio le dinamiche ed esorcizzando le paure.

Infatti, la tendenza a rappresentare il malato mentale come un diverso, spesso un folle criminale da cui occorre mettersi in salvo (si pensi al genere horror o noir) è la manifestazione della paura della diversità, di ciò che non è conosciuto e si teme sia anche dentro di noi.

I generi di film che raccontano la follia con accezione negativa hanno quindi una funzione catartica: il mostro sarà alla fine punito per le sue colpe, permettendo così all’inconscio degli spettatori di sentirsi salvi. Possiamo ricordare molti film in cui il soggetto psichiatrico è rappresentato come imprevedibile, violento, socialmente pericoloso, come ad esempio il famoso “Psyco” o ancora “Shining” diretto da Kubrick, in cui i protagonisti sono diabolici e folli assassini.

Un modo alternativo di rappresentare il malato mentale è, all’estremo opposto, quello di presentarlo come un personaggio buffo, un pazzo da deridere che fa divertire, ridicolizzando disturbi gravi e spesso poco conosciuti e relegando la figura del malato ad una sorta di macchietta (si pensi a “Scemo + Scemo”).

Accanto a questi due grossi filoni se ne può identificare un terzo, nel quale la diversità patologica viene idealizzata ed il soggetto malato viene visto come essere spesso creativo, sincero, anticonformista, che si contrappone al mondo conformista e violento. Il messaggio allarmista verso la malattia mentale, di cui accennavamo prima, viene qui ribaltato: ad esercitare la crudeltà verso i pazzi sono i cosiddetti normali, internandoli in strutture semicarcerarie così da isolarli dalla società ed adottando pratiche mediche simili a torture (camicie forza, lobotomie cerebrali, isolamento, elettroshock) con lo scopo non di curare ma di rendere questi individui innocui, privandoli di personalità, creatività e umanità. Questa trasformazione cinematografica si colloca storicamente intorno agli anni ‘60 e ‘70, anni della contestazione giovanile e della chiusura dei manicomi ad opera di Basaglia e della legge 180.  In questa fase storica si realizzano capolavori legati alla follia di grande successo, quali “Family life” o “Diario di una schizofrenica”.

La natura della malattia si riduce, perde la sua ombra terrificante . il folle non è più tale, è un individuo che vive lo stesso dolore di chiunque.

Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un’impresa pressochè impossibile; tuttavia, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (“A Beautiful Mind” [2001], “Spider” [2002]). Questo vale anche per la rappresentazione dei disturbi dell’umore, sia per quanto riguarda la mania (“Capitan Newman” [1963], “Mr. Jones” [1993]), sia per la depressione (“Il settimo velo” [1945], “La figlia di Caino” [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi (“Requiem for a Dream” [2000], “Paura e delirio a Las Vegas” [1997]).   Rispetto ai disturbi di personalità, essi sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, raccontando di pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo “Arancia meccanica” [1971] per il disturbo antisociale di personalità; “Alice’s Restaurant” [1969] per il disturbo borderline, “American gigolo” [1980] per l’esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all’interno degli istituti psichiatrici in diversi paesi ed epoche: “Il grande cocomero” [1993], “Ragazze interrotte” [1999], “Prendimi l’anima” [2003], fino al recente “Si può fare”[2008].

MALATTIA MENTALE, ANORMALITA’ E NORMALITA’

Buongiorno a tutti i lettori del blog. Oggi vi propongo un articolo che ho scritto un pò di tempo fa, ma che ritengo essere sempre attuale. Per una volta allarghiamo il campo di riflessione e non parliamo solo di genitorialità o infanzia, affrontando il difficile tema della malattia mentale.

Se consideriamo la natura umana nel suo manifestarsi immediato, percepiamo come accettabile tutto ciò che siamo in grado di spiegare razionalmente ed tendiamo ad allontanare quanto ci appare diverso, incomprensibile, addirittura misterioso. Viene stabilito, dunque, un indice di normalità, a cui ciascuno deve conformarsi e dal quale si è fatta derivare, fin dall’inizio della storia dell’umanità, una classificazione delle diverse manifestazioni che se ne discostano, allo scopo di trovare i mezzi più adatti per curare tutto ciò che si è voluto definire come malattia mentale. Ci si è serviti di diversi termini (Delirio, follia, pazzia, insensatezza, psicosi, malattia mentale…), tutti accumunati dall’indicare un’unica condizione patologica in cui la ragione sembra perdere ogni autorità, a vantaggio dell’irrazionale e dell’assurdo. L’analisi etimologica stessa del termine delirio rimanda al “de-lirare”, ossia l’uscire dalla lira, dal seminato, ovvero da ciò che è logico e razionale.

Oggi, a seguito di accurati studi della neurologia, delle neuroscienze e di discipline quali psichiatria e psicofarmacologia, psicologia e psicoanalisi, l’uomo dispone di una versione più attendibile della malattia mentale rispetto alle confuse rappresentazioni sociali della follia che si sono succedute nel corso dei secoli. La letteratura mostra come la malattia mentale esista in quanto fatto oggettivo (di ordine biologico e medico-clinico e/o di ordine psichiatrico-psicologico), e questo è un fatto innegabile. Tuttavia accanto ad essa si trova, purtroppo ancora troppo spesso, anche il “pregiudizio”, ovvero un giudizio anticipato e connotato negativamente.

Pertanto la malattia mentale diventa anche un fatto soggettivo, che colpisce il singolo individuo portatore di patologia, accompagnandosi a sintomi e sofferenze spesso invalidanti.

La percezione ed interpretazione da parte della collettività rispetto all’individuo portatore di malattia mentale sembra rivestire una fondamentale importanza, fatto questo confermato dagli studi che confermano quanto sia rilevante l’atteggiamento dei soggetti sani nei confronti dell’individuo malato. Egli, portatore di un disagio, deve spesso sommare al suo dolore di base quello derivante dall’inconscia paura che gli altri provano nei suoi confronti e che si manifesta sotto forma di una comunicazione non verbale fatta di occhiate, evitamenti fisici, smorfie e rifiuti più o meno espliciti. Il passaggio successivo, ancora più grave e pericolosamente vicino, è il passare dal pensiero all’azione vera e propria, attraverso atteggiamenti di stigmatizzazione, emarginazione, punizione o isolamento.

Si tratta di meccanismi di difesa messi in atto dal soggetto sano allo scopo di tutelarsi dall’angoscia della malattia, ma che hanno pesanti risvolti sui soggetti in realtà più deboli e bisognosi di aiuto.

Bodei ribalta la concezione di delirio partendo dal presupposto che ogni mente, anche la più malata, cerca al suo interno una organizzazione logica, da cui possiamo intendere che la mente del soggetto malato non è mai priva di contenuti; semplicemente ha in sé significati non comprensibili dal soggetto cosiddetto normale e segue schemi aventi una propria logica, pur se distorta. Tale ipotesi può però essere accettata solo aprendo la propria mente alla possibilità che anche nel caos della mente delirante esista una piccola isola di autenticità. Se ci poniamo la domanda “che cos’è la diversità? Che cosa stabilisce l’essere deviante dalla norma?” non sembra possibile trovare una facile risposta. Per comprendere veramente il significato di malattia mentale ritengo sia utile partire dal concetto di relatività. Infatti, tutto ciò che accade nel mondo, gli atteggiamenti, i giudizi su ciò che ci circonda e sulle persone sono soggetti ad interpretazione e come tali estremamente relativi. Inoltre, quasi tutto dipende da chi giudica (e non da chi viene giudicato). Lo stesso concetto di normalità o anormalità non è universale, varia da cultura a cultura e muta di significato nel corso del tempo. Scorrendo la letteratura ci possiamo rendere conto di come molte esperienze umane considerate prive di senso in determinate società o epoche storiche, siano poi state al contrario accettate come logiche e naturali presso popolazioni o periodi differenti, subendo continue e ripetute trasformazioni Troppo spesso la persona comune e sana sembra eccessivamente legata al suo buon senso ed alla sua ragione. Questo rischia di portare al rifugiarsi in pseudo certezze che da un lato hanno la funzione di rassicurare, ma dall’altro portano al rischio di fare chiudere l’individuo in una sterile e ristretta visione delle cose e del mondo. Accettare il ragionamento del malato mentale come portatore di un valore in sé implica che la società dei sani si metta in discussione, accogliendo l’esistenza di idee e di comportamenti che sfuggono alla ragione della gente comune e lavorando insieme per trovare nuove strategie per permettere una sempre maggiore integrazione nella società della persona, pur se malata, restituendole la giusta dignità e riconoscendola semplicemente in quanto individuo.

 

RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “”SI PUO’ FARE”

Dopo le riflessioni sul film “Forrest Gump” continuano gli articoli per la rubrica “psy-arte”: oggi vorrei proporvi la recensione di un film al quale sono particolarmente affezionata, essendo stato l’oggetto della mia tesi di Laurea sulle cooperative sociali e la malattia mentale.

Sto parlando della pellicola “Si può fare”, opera cinematografica uscita nelle sale nel 2008, diretta da Giulio Manfredonia ed interpretata da bravissimi attori italiani, tra cui Andrea Bosca, Anita Caprioli e Claudio Bisio.  (cliccando QUI potrete vedere il trailer del film)

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