SCOPRIAMO LE EMOZIONI: LA PAURA

un saluto a tutti i lettori di GenitoriFelici! Eccoci arrivati all’ultimo appuntamento con i video dedicati alla scoperta delle emozioni primarie: oggi, visto che è da poco passato Halloween, parliamo della PAURAAAA

Buona visione!

SCOPRIAMO LE EMOZIONI: IL DISGUSTO

eccoci arrivati ad un nuovo video, questa volta dedicato all’emozione del DISGUSTO.

Buona visione!

SCOPRIAMO LE EMOZIONI: LA TRISTEZZA

buongiorno a tutti e ben ritrovati sul blog genitorifelici. Continuiamo il nostro percorso alla scoperta delle emozioni con il video dedicato alla tristezza.

SCOPRIAMO LE EMOZIONI: LA RABBIA

Il secondo video sulle emozioni: esploriamo la RABBIA e le sue caratteristiche.

SCOPRIAMO LE EMOZIONI: LA GIOIA

Una serie di divertenti video per capire meglio le emozioni primarie: oggi cominciamo con la GIOIA.

Potrete trovare questo e altri contributi anche sul canale youtube di GenitoriFelici.  Mi farebbe piacere se mi faceste sapere le vostre impressioni nei commenti qui sotto (oppure sulla pagina FB), in modo da capire se questa modalità video vi piace e in caso continuare con le pubblicazioni. Commenti e anche critiche, purchè costruttive, possono aiutarmi a costruire un blog sempre più calibrato sulle esigenze dei miei lettori.

Buona visione!

PILLOLA DI PSY: L’INSERIMENTO ALL’ASILO

pillola di psy 11 settembre 2017

INSIDE OUT: spiegare la mente a grandi e piccini

Si lo ammetto…ormai sono passati un po’ di anni ma era da tempo che volevo scrivere una mia personale recensione del bellissimo film di animazione della Pixar “Inside Out”. Come molti sapranno questo cartone, uscito nelle sale italiane nel 2015, mette al centro della storia le emozioni di una giovane adolescente.

“Inside out” racconta, infatti, la vicenda di Riley, una bambina di 11 anni che dal Minnesota si trasferisce a San Francisco con la sua famiglia. Ciò che rende così innovativa e geniale questa pellicola è il fatto che la narrazione si svolge a partire da ciò che avviene “dentro la testa” di Riley, fornendoci così uno spaccato molto chiaro di come funziona la mente umana. Il film è perlopiù ambientato nel cervello della bambina, dove 5 emozioni (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza) si avvicendano intorno ad una consolle di comando, dalla quale orientano i pensieri, le azioni ed i ricordi di Riley. Così la gioia diventa una ragazza gialla come il sole, sempre allegra ed ottimista, la tristezza è una cicciottella con la pelle e i capelli blu, perennemente imbronciata e la rabbia è un tipetto rosso tutto pepe, che prende fuoco per un nonnulla. Completano il quadro il disgusto, raffigurato da una signorina verde, snob e che critica tutto e tutti ed un signorotto allampanato e sempre terrorizzato, la paura appunto.

Dietro ai personaggi descritti ci sono studi approfonditi: per delinearne al meglio ogni sfaccettatura la Disney Pixar si è appoggiata alle ricerche di un centro di psicologia e neuroscienze dell’università di Berkeley. Gli studiosi hanno guidato gli sceneggiatori per dare risposta a domande del tipo: che ruolo hanno le emozioni nella coscienza e nella memoria degli individui? Come reagisce emotivamente una preadolescente di fronte ad un cambiamento? Come cambia la vita emotiva di una ragazzina di 12 anni rispetto a quando era piccola?

Lungo tutto il film, leader indiscusso del gruppo è Gioia che ha accompagnato Riley lungo tutte le tappe della sua crescita. Il film farà vedere, invece, come l’elemento fondamentale della crescita sia anche la presenza di Tristezza e quanto sia importante riconoscerne l’esistenza ed apprezzarla. In realtà, infatti, il tema principale del film è la perdita e l’ allontamento (dai vecchi amici, dalla casa e dai ricordi di un tempo, dall’infanzia).  Crescendo, si fa strada sempre più in Riley il sentimento della tristezza (l’adolescenza è per definizione l’età dell’inquietudine e dell’incertezza), che arriva ad influenzare anche i suoi ricordi passati. Tutto questo aiuta la ragazzina a riconoscersi come individuo che sta cambiando, permettendole di costruire piano piano la sua identità. In un certo senso, Inside out regala un nuovo valore a questa emozione, che cessa di essere vista come l’emblema della passività e diventa fonte di energia per rispondere al dolore della perdita.

Le emozioni, infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono fonte di confusione e sconvolgimento (e quindi da nascondere o evitare), ma aiutano piuttosto ciascuno di noi nella formazione di un senso morale, guidandoci nel capire ciò che è giusto e ciò che non lo è, oltre a permetterci di formulare una personale visione del mondo che ci circonda.

La rabbia, ad esempio, ci permette di reagire alle ingiustizie e “scaldarci” così da lottare per ciò in cui crediamo.  Inoltre esse danno struttura alle nostre relazioni sociali, ai legami con le figure di riferimento (genitori ed amici).

Il film alterna momenti di puro divertimento, (ad esempio i siparietti creati dai diversi pensieri nella testa dei diversi componenti della famiglia durante la cena insieme) a scene più serie che possono darci importanti spunti di riflessione.                                   Credo che il momento più toccante del film sia quando Gioia capisce l’importanza di Tristezza e le permette di accedere alla consolle. Riley riesce finalmente a piangere ed ammettere ai suoi genitori che le mancano gli amici e la casa del Minnesota, togliendosi la maschera di bambina sempre felice e gioiosa. Bellissima è anche la sintonizzazione emotiva dei genitori di Riley, che capiscono la sua tristezza e la accolgono, permettendo ai ricordi di unirsi. Le due emozioni creeranno nuovi ricordi insieme: gioia e tristezza daranno luogo alla nostalgia e Riley porterà i ricordi felici nel suo cuore.

Ritengo che un grande merito di “Inside out” sia stato quello di essere riuscito a spiegare la complessità della mente umana in modo semplice e divertente: memoria a breve e lungo termine prendono così la forma di  tubature che portano ad “archivi di memoria” pieni di palline colorate, i ricordi diventano isole magiche e ci sono veri e propri set cinematografici con tanto di attori per raccontare la formazione dei sogni.

“Inside out” è un piccolo gioiello di animazione e a tratti un compendio di psicologia: memorabile resta la scena di un disperato Bing Bong (l’amico immaginario di Riley bambina), inconsolabile per la perdita del suo carretto magico. Gioia cerca in tutti i modi di tirargli su il morale, ma sarà Tristezza, con la sua capacità di sintonizzarsi sul dolore emotivo altrui (ciò che chiamiamo empatia) a permettere a Bing Bong di elaborare il suo dispiacere, per poi asciugare le lacrime e dire “mi sento meglio…ora”.

 

LA FRUSTRAZIONE

Buongiorno a tutti. Con settembre riprende anche la collaborazione con il sito Emergenza borderline: ecco allora un mio nuovo articolo, che potete trovare anche sulla pagina dedicata a questo disturbo (QUI il link).

LA FRUSTRAZIONE

Con il termine frustrazione in psicologia definiamo lo stato emotivo che deriva da un desiderio o da un bisogno non soddisfatto. In pratica, ci sentiamo frustrati quando desideriamo qualcosa che, a causa di ostacoli di varia natura, non possiamo ottenere. La frustrazione si presenta anche quando, una volta ottenuto il nostro obiettivo, esso non si dimostra all’altezza delle nostre aspettative.

Si tratta di una condizione psicologica che ci accompagna durante tutte le fasi di vita, sin dalla nostra nascita.

In generale possiamo dire che le cause della frustrazione sono molteplici:

  • Fattori fisici: lo stesso evento della nascita è per il bambino appena venuto al mondo fonte di profonda frustrazione, poiché si trova all’improvviso in un ambiente nuovo, apparentemente ostile, in cui si fanno pregnanti i suoi bisogni di accudimento (fame, sete, sonno, essere cambiato, temperatura, protezione…);
  • Fattori sociali: fare parte di un gruppo sociale, regolamentato da leggi e norme, spesso impedisce il soddisfacimento di alcuni bisogni e può portare a senso di frustrazione ed intolleranza verso quanto stabilito;
  • Fattori personali, più specificamente:
  1. Biologici è riguardano la condizione fisica di un organismo (statura bassa, portare gli occhiali, orecchie a sventola…). La frustrazione nasce quando l’individuo non vive in modo positivo le proprie caratteristiche;
  2. Psicologici è riguardano i tratti di personalità di un soggetto (che può, ad esempio, sentirsi a disagio in una società molto competitiva e razionale sentendosi maggiormente portato per il contatto umano e per l’emotività);
  3. Socialiè riguardano la società (ad esempio il non accettare di vivere in un determinato contesto sociale).

Ma come si manifesta la frustrazione durante le varie tappe dell’esistenza? Quali cambiamenti vi sono nel modo di reagire man mano che si cresce e si entra nell’età adulta?

INFANZIA

Come abbiamo accennato, sin dai primi attimi di vita il neonato deve fare i conti con la frustrazione. Nei primi mesi di vita l’intero mondo del bambino è dato dal rapporto con la mamma, che è continuamente chiamata a rispondere alle esigenze di nutrimento ed accudimento del suo piccolo. Nel momento in cui la madre non è in grado di soddisfare le richieste ecco che arriva la frustrazione, che si può manifestare in modi diversi.   Infatti, va detto che la frustrazione porta con sé un sentimento soggettivo, pertanto ciascun bambino può reagire in modo diverso alle varie situazioni ed anche in base alla sua età, al contesto, alle caratteristiche di personalità e al livello di sviluppo. Alcuni bambini rispondono reagendo con rabbia e pianti inconsolabili, altri si chiudono in se stessi, altri ancora regrediscono.

Man mano che il bambino cresce, in genere la frustrazione fa capolino ogni volta che il genitore pone un vincolo o dice “No” ad una richiesta.  È importante che i genitori aiutino i propri bambini a non aspettarsi che tutte le richieste vengano immediatamente attese, altrimenti c’è il rischio che essi non sviluppino la capacità di accettare le difficoltà e faticheranno ad avere un atteggiamento positivo nella risoluzione dei problemi. Il bambino, specie se piccolo, non ha ancora padronanza delle sue emozioni, non conosce le regole e vive nell’ “onnipotenza infantile” di controllare il mondo facendo ciò che gli piace. Compito dei genitori è guidarlo al rispetto delle regole, far capire che non può avere sempre tutto ciò che desidera, innalzando così il suo livello di tolleranza alle frustrazioni che inevitabilmente incontrerà sul suo cammino.

ADOLESCENZA

Gli ambiti in cui maggiormente i ragazzi e le ragazze adolescenti si troveranno a fare i conti con la frustrazione sono in genere quello scolastico e quello relativo alla sfera amicale. Il compito andato male, i primi esami non passati, il tradimento di un caro amico o il rifiuto del ragazzo di cui si è innamorate sono tutte esperienze che portano sofferenza ma che devono essere gestite ed accettate come tappe normali della vita. In queste circostanze gli adulti di riferimento devono insegnare l’importanza di affrontare i fallimenti, sottolineando il valore della tenacia, dello sforzo, della pazienza per raggiungere gli obiettivi prefissati.      L’adolescenza è un’età difficile, di sconvolgimenti fisici ed emotivi ed è un periodo critico rispetto alla capacità di tollerare le frustrazioni. Ecco perché è cosi importante porre le basi sin dall’età infantile, in modo da aiutare i propri figli adolescenti ad essere già pronti ad affrontare le frustrazioni.

ETA’ ADULTA

Durante l’età adulta, il modo a cui reagiamo alla frustrazione è fortemente legata  al senso di autostima. Se l’individuo è emotivamente forte sarà in grado di superare un momento di difficoltà, quale ad esempio la perdita del lavoro o l’abbandono del proprio partner; in questo caso il senso di autoefficacia si rafforzerà innescando un circolo virtuoso che permetterà di aumentare la soglia di tolleranza alle frustrazioni e reagire con ciò che in psicologia si definisce come resilienza (capacità di affrontare le difficoltà in modo vincente ed uscirne più forti).    Se la frustrazione è ben dosata e non si arriva a livelli di stress troppo elevati essa può essere un utile stimolo per la risoluzione dei problemi e può aiutarci a trovare soluzioni innovative, stimolando l’interazione sociale e la cooperazione e favorendo la crescita personale. Al contrario, una frustrazione negativa può declinarsi in diversi modi, quali ansia, angoscia, distacco e apatia, crisi di rabbia.

bentornati sul blog!

Le vacanze sono purtroppo finite (almeno per me!) e con il rientro riprende anche la consueta attività del blog genitorifelici. Si ricomincia con nuovi articoli, contenuti e video interessanti sul mondo della genitorialità e del bambino. Inauguriamo l’inizio del mese di settembre  con una colorata infografica per dare qualche spunto di riflessione ai genitori che si ritrovano a vivere l’emozionante momento dell’ingresso in una nuova scuola da parte dei propri figli.

Come affrontare al meglio il primo giorno di scuola? Che emozioni accompagnano la mente del bambino? Come possiamo noi genitori aiutare in questo delicato passaggio?

INFOGRAFICA il primo giorno di scuola

Autismo: deficit nelle interazioni sociali

Eccoci di nuovo insieme per continuare l’approfondimento sulla patologia autistica. La settimana scorsa abbiamo iniziato a parlare dell’autismo e dei criteri per stabilirlo; questo lunedì per comodità divideremo in due parti  l’approfondimento del primo criterio che stabilisce la presenza del Disturbo dello spettro autistico: Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale. Questo criterio comprende sia l’aspetto delle difficoltà sociali e relazionali che quelle legate allo sviluppo del linguaggio e delle corrette modalità di comunicazione. Nello specifico, oggi parliamo del deficit nell’interazione sociale.

DEFICIT NELL’INTERAZIONE SOCIALE

Anche quando sono piccoli, alcuni bambini autistici non sollevano le braccia o non cambiano posizione nell’anticipare l’essere presi in braccio. Certi si lasciano coccolare, altri invece si irrigidiscono; spesso non sorridono o non guardano quando si rapportano con gli altri. Lo sguardo diretto è usato solo per brevi momenti e solitamente non viene utilizzato per dirigere l’attenzione verso oggetti di interesse. Altre volte vengono usati sguardi diretti inappropriati: i bambini ad esempio possono girare la testa di qualcun altro per essere guardati negli occhi. I familiari, così come le persone estranee, sono spesso ignorate in un’estrema chiusura autistica, anche se alcuni bambini realizzano veri approcci sociali, in cui comunque le modalità di conversazione o la modulazione del contatto visivo sono di solito qualitativamente inferiori alla norma. All’estremo opposto vi sono invece casi di approcci indiscriminati anche agli estranei (ad esempio i bambini possono essere incoscienti delle barriere psicologiche o essere descritti come soggetti che continuamente ed in modo inappropriato si mettono al centro dell’attenzione).

Nei rapporti con i coetanei, si evidenzia un’incapacità a sviluppare relazioni adeguate al livello di sviluppo del bambino. Si nota così una mancanza di interesse, o addirittura apparente mancanza di coscienza, per i loro pari o per gli adulti. Un bambino autistico può volere amici, ma solitamente non capisce il concetto della reciprocità e della condivisione di interessi ed idee che riguardano l’amicizia.

Manca in questi soggetti una ricerca spontanea di condivisione  e reciprocità di sentimenti con altre persone. Si tratta di soggetti che si isolano, non mostrano interesse verso gli altri bambini o per gli adulti e tendono a giocare lontano dagli altri. Alcuni coinvolgono altre persone in giochi strutturati e spesso ripetitivi, ma sembrano “assistere” al gioco, senza ascoltare alcun suggerimento o assumono un ruolo passivo nei giochi degli altri, seguendo le direttive altrui e mancando totalmente di iniziativa personale. Spesso non indicano cose o non usano il contatto visivo per condividere il piacere di guardare qualcosa con un’altra persona, né richiamano l’attenzione su oggetti di proprio interesse, non usano insomma quella che è chiamata ATTENZIONE CONDIVISA.

Un’altra peculiarità del disturbo autistico è costituita dalla difficoltà nel capire le regole sociali, in quanto non fissate una volta per tutte, ma diverse a seconda delle situazioni che ci si trova a vivere. A questo proposito Therese Joliffe, una giovane autistica  ad “alta funzionalità”, molto dotata, scrive:

“Trovo molto difficile capire le situazioni sociali e posso superare tale problema solo se ogni minimo passo, regola o idea mi vengono scritti e numerati in sequenza…ma anche in questo modo non ha alcuna garanzia di sapere sempre come, quando e dove applicare le regole, perchè il contesto sempre diverso da quello in cui le ho imparate mi confonde…La vita è sconcertante, una confusa interazione tra una massa di persone, fatti, cose e luoghi senza alcun confine. La vita sociale è difficile perché non mi sembra seguire uno schema. Quando mi sembra di aver cominciato a capire un’idea, se le circostanze cambiano anche solo leggermente, all’improvviso quell’idea non sembra più seguire lo stesso modello. Mi sembra che ci sia sempre troppo da imparare.”

Per gli autistici riconoscere i sentimenti degli altri e i loro è molto difficile; risulta estremamente complicato superare il livello letterale ed andare oltre le percezioni. Mentre gli altri bambini tendono a muoversi dall’astratto verso i dettagli e lo specifico, per gli autistici è diverso: la realtà, il dettaglio specifico li interessa di più (questa attenzione focalizzata è chiamata “iperselettività dello stimolo”) e non sono in grado di esaminare il mondo per similitudini e differenze, né sono in grado di raggruppare le loro percezioni. Spesso hanno difficoltà nell’interpretare il tono della voce o le espressioni del viso e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui nei propri confronti e dell’impatto negativo del proprio comportamento sugli altri.

Si può descrivere il disturbo sociale dell’autismo come mancanza di empatia: il bambino è indifferente nei confronti dei problemi degli altri, non sa né fornire né ricevere conforto per se stesso.

Tuttavia questi bambini non possono essere considerati neutri dal punto di vista affettivo ed emozionale. Essi sono in grado di esprimere sentimenti (le risatine e gli attacchi d’ira sono prove sufficienti), anche se questi raramente sono adattati al contesto sociale nel quale vengono espressi. In particolare gli autistici presentano reazioni emozionali particolari, con stati estremi di felicità, ira, disagio etc…   Si è spesso notato che le persone autistiche non provano alcun senso di vergogna, colpa o modestia. Dato che risulta loro molto difficile comprendere i diversi tabù sociali, questi soggetti tendono a tenere lo stesso comportamento sia in pubblico che in privato.

Tuttavia, alcuni dei comportamenti anormali che si riscontrano negli individui autistici, potrebbero essere considerate non tanto come disturbi, bensì come qualità apprezzabili e positive. Gli autistici sono persone innocenti, franche ed oneste; non sono capaci di ingannare o fare colpo sugli altri; non sono manipolatori, né hanno un forte senso del possesso, per cui sono generosi e donano volentieri agli altri. L’autistico non si sa immedesimare con gli altri, ma neppure gode delle loro sfortune. Anzi, spesso è profondamente colpito dalla sofferenza altrui e mostra una giusta indignazione.

Tutte queste qualità delle persone autistiche compaiono nei romanzi e nelle leggende fin dai tempi antichi e c’è il pericolo che vengano dimenticate quando si parla del profondo disturbo sociale che le affligge. Al contrario, le caratteristiche positive e affettuose sono caratteristiche importanti, che vanno considerate accanto agli aspetti negativi del comportamento, così da avere una visione globale della natura dell’handicap.

Vi aspetto il prossimo giovedì per affrontare la seconda parte del criterio, ovvero quello legato alle difficoltà di comunicazione.