autismo: il deficit nella comunicazione sociale

Bentornati sul blog genitorifelici per continuare il nostro viaggio all’interno della patologia autistica. Nello scorso articolo abbiamo affrontato le caratteristiche legate  alla difficoltà che le persone con autismo hanno nell’interagire e nello stabilire rapporti sociali con gli  altri e con l’ambiente che li circonda. A questo aspetto relazionale il DSM-V unisce per la diagnosi di autismo la presenza di un Deficit persistente nella comunicazione sociale . Vediamo insieme cosa significa…

DEFICIT NELLA COMUNICAZIONE SOCIALE

La funzione espressiva del linguaggio, nello spettro autistico, ha diverse forme: si passa dal completo mutismo alla verbalità fluente, pur se accompagnata spesso da errori semantici (significato della parola) e pragmatico – verbali (uso del linguaggio per comunicare). Giovani bambini autistici, anche se verbali, presentano spesso deficit di comprensione, in particolare nel capire le domande complesse, e deficit nell’uso del linguaggio per un’efficace comunicazione.

Alcuni bambini non rispondono ai loro nomi se chiamati dai genitori e per questo da piccoli si presuppone spesso che abbiano severi deficit di udito. Alcuni soggetti autistici, durante la prima infanzia non lallano né usano altre modalità comunicative e sono descritti come bambini molto tranquilli, non aggressivi, perduti in un proprio mondo inaccessibile. Quando la comunicazione orale dovrebbe essere sviluppata, non hanno alcun linguaggio verbale e non vi è neanche un tentativo compensatorio, attraverso altre modalità di comunicazione come gesti o espressioni facciali.

Un bambino piccolo con sviluppo normale tira la propria madre verso un oggetto desiderato e poi lo indica chiaramente guardando la madre in faccia. Al contrario, un comportamento tipico di molti bambini autistici è l’usare meccanicamente la mano di un’altra persona per indicare l’oggetto desiderato. Questo comportamento è detto “indicazione della mano sopra la mano”. Alcuni bambini tirano addirittura il braccio di qualcun altro verso l’oggetto fuori dalla loro portata senza nessuna indicazione, nessun gesto o vocalizzazione comunicativa. Vi sono poi i bambini indipendenti che non esprimono richieste ed imparano a superare le difficoltà e a raggiungere l’oggetto desiderato autonomamente.

Alcuni bambini autistici parlano con relativa fluidità, ma non sono in grado di impegnarsi in una conversazione tra due o più soggetti, manifestando grandi difficoltà ad iniziare e sostenere una conversazione su un argomento di reciproco interesse, nonostante siano capaci di rispondere abbastanza bene, di formulare molte domande, di parlare ad un’altra persona in un monologo sul loro argomento preferito.

Il tratto specifico del linguaggio autistico è una ECOLALIA IMMEDIATA o DIFFERITA. La prima si riferisce alla ripetizione di parole o frasi dette da un’altra persona.  L’ecolalia differita si riferisce invece all’uso di frasi ritualizzate che sono state memorizzate da conversazioni più volte ascoltate dal bambino (per esempio alla televisione o alla radio). L’origine di questo linguaggio stereotipato non ha necessariamente una chiara identificazione.

Therese Joliffe dà una spiegazione alla sua tendenza a ripetere le frasi in modo ecolalico e usando la stessa intonazione dell’interlocutore:

“…bisogna lavorare in maniera così dura per capire i discorsi, che quando le parole entrano nella mente sembra che rimangano impresse esattamente nel modo in cui sono state sentite… per molto tempo si ha un’idea relativa del linguaggio…si è portati a credere che la voce usata dalla persona per dire certe parole sia il modo in cui devono venir dette. Non si sa che le parole possono essere pronunciate usando vari tipi di voce e che ci sono molti modi per esprimere le cose.”.

Gli autistici incontrano difficoltà anche con i pronomi o con altre parole che cambiano significato in base al contesto: ciò determina il riferirsi a se stessi in terza persona o per nome. La loro scarsa flessibilità rende molto complesso capire come mai una persona a volte sia “io” ed altre “tu”.

 Il linguaggio può presentare altre particolarità e stranezze, con un uso di frasi idiosincratiche (espressioni strane, bizzarre ed apparentemente non collegate al contesto nel quale avviene l’interazione verbale o ai suoi contenuti) o neologismi. L’intonazione non è usata ai fini comunicativi, la voce è monotona e spesso cantilenante, oppure segue un andamento del tutto sconnesso dal significato del messaggio che si vuole trasmettere.

 

Autismo: deficit nelle interazioni sociali

Eccoci di nuovo insieme per continuare l’approfondimento sulla patologia autistica. La settimana scorsa abbiamo iniziato a parlare dell’autismo e dei criteri per stabilirlo; questo lunedì per comodità divideremo in due parti  l’approfondimento del primo criterio che stabilisce la presenza del Disturbo dello spettro autistico: Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale. Questo criterio comprende sia l’aspetto delle difficoltà sociali e relazionali che quelle legate allo sviluppo del linguaggio e delle corrette modalità di comunicazione. Nello specifico, oggi parliamo del deficit nell’interazione sociale.

DEFICIT NELL’INTERAZIONE SOCIALE

Anche quando sono piccoli, alcuni bambini autistici non sollevano le braccia o non cambiano posizione nell’anticipare l’essere presi in braccio. Certi si lasciano coccolare, altri invece si irrigidiscono; spesso non sorridono o non guardano quando si rapportano con gli altri. Lo sguardo diretto è usato solo per brevi momenti e solitamente non viene utilizzato per dirigere l’attenzione verso oggetti di interesse. Altre volte vengono usati sguardi diretti inappropriati: i bambini ad esempio possono girare la testa di qualcun altro per essere guardati negli occhi. I familiari, così come le persone estranee, sono spesso ignorate in un’estrema chiusura autistica, anche se alcuni bambini realizzano veri approcci sociali, in cui comunque le modalità di conversazione o la modulazione del contatto visivo sono di solito qualitativamente inferiori alla norma. All’estremo opposto vi sono invece casi di approcci indiscriminati anche agli estranei (ad esempio i bambini possono essere incoscienti delle barriere psicologiche o essere descritti come soggetti che continuamente ed in modo inappropriato si mettono al centro dell’attenzione).

Nei rapporti con i coetanei, si evidenzia un’incapacità a sviluppare relazioni adeguate al livello di sviluppo del bambino. Si nota così una mancanza di interesse, o addirittura apparente mancanza di coscienza, per i loro pari o per gli adulti. Un bambino autistico può volere amici, ma solitamente non capisce il concetto della reciprocità e della condivisione di interessi ed idee che riguardano l’amicizia.

Manca in questi soggetti una ricerca spontanea di condivisione  e reciprocità di sentimenti con altre persone. Si tratta di soggetti che si isolano, non mostrano interesse verso gli altri bambini o per gli adulti e tendono a giocare lontano dagli altri. Alcuni coinvolgono altre persone in giochi strutturati e spesso ripetitivi, ma sembrano “assistere” al gioco, senza ascoltare alcun suggerimento o assumono un ruolo passivo nei giochi degli altri, seguendo le direttive altrui e mancando totalmente di iniziativa personale. Spesso non indicano cose o non usano il contatto visivo per condividere il piacere di guardare qualcosa con un’altra persona, né richiamano l’attenzione su oggetti di proprio interesse, non usano insomma quella che è chiamata ATTENZIONE CONDIVISA.

Un’altra peculiarità del disturbo autistico è costituita dalla difficoltà nel capire le regole sociali, in quanto non fissate una volta per tutte, ma diverse a seconda delle situazioni che ci si trova a vivere. A questo proposito Therese Joliffe, una giovane autistica  ad “alta funzionalità”, molto dotata, scrive:

“Trovo molto difficile capire le situazioni sociali e posso superare tale problema solo se ogni minimo passo, regola o idea mi vengono scritti e numerati in sequenza…ma anche in questo modo non ha alcuna garanzia di sapere sempre come, quando e dove applicare le regole, perchè il contesto sempre diverso da quello in cui le ho imparate mi confonde…La vita è sconcertante, una confusa interazione tra una massa di persone, fatti, cose e luoghi senza alcun confine. La vita sociale è difficile perché non mi sembra seguire uno schema. Quando mi sembra di aver cominciato a capire un’idea, se le circostanze cambiano anche solo leggermente, all’improvviso quell’idea non sembra più seguire lo stesso modello. Mi sembra che ci sia sempre troppo da imparare.”

Per gli autistici riconoscere i sentimenti degli altri e i loro è molto difficile; risulta estremamente complicato superare il livello letterale ed andare oltre le percezioni. Mentre gli altri bambini tendono a muoversi dall’astratto verso i dettagli e lo specifico, per gli autistici è diverso: la realtà, il dettaglio specifico li interessa di più (questa attenzione focalizzata è chiamata “iperselettività dello stimolo”) e non sono in grado di esaminare il mondo per similitudini e differenze, né sono in grado di raggruppare le loro percezioni. Spesso hanno difficoltà nell’interpretare il tono della voce o le espressioni del viso e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui nei propri confronti e dell’impatto negativo del proprio comportamento sugli altri.

Si può descrivere il disturbo sociale dell’autismo come mancanza di empatia: il bambino è indifferente nei confronti dei problemi degli altri, non sa né fornire né ricevere conforto per se stesso.

Tuttavia questi bambini non possono essere considerati neutri dal punto di vista affettivo ed emozionale. Essi sono in grado di esprimere sentimenti (le risatine e gli attacchi d’ira sono prove sufficienti), anche se questi raramente sono adattati al contesto sociale nel quale vengono espressi. In particolare gli autistici presentano reazioni emozionali particolari, con stati estremi di felicità, ira, disagio etc…   Si è spesso notato che le persone autistiche non provano alcun senso di vergogna, colpa o modestia. Dato che risulta loro molto difficile comprendere i diversi tabù sociali, questi soggetti tendono a tenere lo stesso comportamento sia in pubblico che in privato.

Tuttavia, alcuni dei comportamenti anormali che si riscontrano negli individui autistici, potrebbero essere considerate non tanto come disturbi, bensì come qualità apprezzabili e positive. Gli autistici sono persone innocenti, franche ed oneste; non sono capaci di ingannare o fare colpo sugli altri; non sono manipolatori, né hanno un forte senso del possesso, per cui sono generosi e donano volentieri agli altri. L’autistico non si sa immedesimare con gli altri, ma neppure gode delle loro sfortune. Anzi, spesso è profondamente colpito dalla sofferenza altrui e mostra una giusta indignazione.

Tutte queste qualità delle persone autistiche compaiono nei romanzi e nelle leggende fin dai tempi antichi e c’è il pericolo che vengano dimenticate quando si parla del profondo disturbo sociale che le affligge. Al contrario, le caratteristiche positive e affettuose sono caratteristiche importanti, che vanno considerate accanto agli aspetti negativi del comportamento, così da avere una visione globale della natura dell’handicap.

Vi aspetto il prossimo giovedì per affrontare la seconda parte del criterio, ovvero quello legato alle difficoltà di comunicazione.

CINEMA, PSICOANALISI E FOLLIA: COME AVVIENE LA RAPPRESENTAZIONE DEI “MATTI”SULLO SCHERMO

Chi mi conosce bene sa che le mie due grandi passioni sono il cinema e la psicologia. Ci addentriamo quindi oggi, con questo articolo, in un ambito affascinante, ovvero lo stretto rapporto esistente tra psichiatria e mondo cinematografico.

La nascita ufficiale della psicoanalisi viene fatta convenzionalmente risalire dagli studiosi al 1895, anno in cui Freud pubblica la sua opera “Psicoanalisi dell’isteria” dando origine alla psicologia dell’inconscio. È significativo il fatto che, proprio nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, i fratelli Lumière organizzino le prime proiezioni pubbliche del loro “cinematografo”, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova e rivoluzionaria arte. Per questa coincidenza temporale, Musatti ha definito la psicoanalisi “sorella gemella” del cinema, in quanto sua coetanea.

Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno inoltre fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto, mostrandosi come due tra le discipline con maggiori affinità elettive: entrambi si sono occupati da sempre di pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita.

Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni, aveva riconosciuto un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio è una sorta di cavità teatrale, uno schermo su cui immagini e simboli giocano i loro ruoli. Come per l’inconscio, nella sala cinematografica c’è il buio, c’è il vuoto e questa attesa iniziale prima che inizi il film.  Nell’uomo esiste un mondo interiore, evocato nei sogni, e il cinema, in quanto macchina di sogni, pare in grado di far nascere nello spettatore dinamiche identificative e proiettive rispetto ai personaggi ed alla storia raccontata.

Attraverso l’analisi di opere cinematografiche si è capito che il cinema, così come la psiche, è contemporaneamente molte cose insieme: può essere luogo di cura e di sostegno, uno spazio di fuga dal reale, un territorio privilegiato in cui evocare i più segreti timori e fantasie per renderli innocui. Allo stesso tempo è anche il luogo in cui si sono da sempre potuti ritrovare tutti gli oggetti del desiderio collettivo, le pulsioni e gli istinti più primitivi. Diversi autori sostengono che il mondo visto attraverso la macchina da presa perde le sue caratteristiche specifiche per trasformarsi in segno universale: ecco che allora il cinema diventa strumento utile per favorire l’elaborazione della storia proposta ed il cammino evolutivo del personaggio, consentendo l’avvicinamento al mondo personale di ciascuno che sarebbe troppo doloroso da affrontare.

Il cinema è una cornice dentro cui i protagonisti raccontano e mostrano ciò che sono. Le emozioni fanno vivere le storie ed è attraverso le storie che si vivono emozioni.

Quando il cinema si propone di mettere in scena il mondo della follia, può diventare strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che, attraverso il film, si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, spesso sconosciute a causa dello stigma che le caratterizza.

Analizzando i film che raccontano storie di malattia mentale, si evidenzia come la maggior parte rappresentino il disagio psichico come una grave alterazione mentale che porta il soggetto ad azioni violente e pericolose, senza che riesca più a distinguere tra bene e male. Pertanto si sono utilizzati spesso modelli stereotipati per rappresentare storie in cui sono affrontati i problemi della psiche. Tuttavia, se da una parte vi sono film che hanno rafforzato tale dicotomia consolidando i luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, dall’altra ve ne sono altri che hanno esplorato con sensibilità ed efficacia i territori della mente, aiutando a  capirne meglio le dinamiche ed esorcizzando le paure.

Infatti, la tendenza a rappresentare il malato mentale come un diverso, spesso un folle criminale da cui occorre mettersi in salvo (si pensi al genere horror o noir) è la manifestazione della paura della diversità, di ciò che non è conosciuto e si teme sia anche dentro di noi.

I generi di film che raccontano la follia con accezione negativa hanno quindi una funzione catartica: il mostro sarà alla fine punito per le sue colpe, permettendo così all’inconscio degli spettatori di sentirsi salvi. Possiamo ricordare molti film in cui il soggetto psichiatrico è rappresentato come imprevedibile, violento, socialmente pericoloso, come ad esempio il famoso “Psyco” o ancora “Shining” diretto da Kubrick, in cui i protagonisti sono diabolici e folli assassini.

Un modo alternativo di rappresentare il malato mentale è, all’estremo opposto, quello di presentarlo come un personaggio buffo, un pazzo da deridere che fa divertire, ridicolizzando disturbi gravi e spesso poco conosciuti e relegando la figura del malato ad una sorta di macchietta (si pensi a “Scemo + Scemo”).

Accanto a questi due grossi filoni se ne può identificare un terzo, nel quale la diversità patologica viene idealizzata ed il soggetto malato viene visto come essere spesso creativo, sincero, anticonformista, che si contrappone al mondo conformista e violento. Il messaggio allarmista verso la malattia mentale, di cui accennavamo prima, viene qui ribaltato: ad esercitare la crudeltà verso i pazzi sono i cosiddetti normali, internandoli in strutture semicarcerarie così da isolarli dalla società ed adottando pratiche mediche simili a torture (camicie forza, lobotomie cerebrali, isolamento, elettroshock) con lo scopo non di curare ma di rendere questi individui innocui, privandoli di personalità, creatività e umanità. Questa trasformazione cinematografica si colloca storicamente intorno agli anni ‘60 e ‘70, anni della contestazione giovanile e della chiusura dei manicomi ad opera di Basaglia e della legge 180.  In questa fase storica si realizzano capolavori legati alla follia di grande successo, quali “Family life” o “Diario di una schizofrenica”.

La natura della malattia si riduce, perde la sua ombra terrificante . il folle non è più tale, è un individuo che vive lo stesso dolore di chiunque.

Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un’impresa pressochè impossibile; tuttavia, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (“A Beautiful Mind” [2001], “Spider” [2002]). Questo vale anche per la rappresentazione dei disturbi dell’umore, sia per quanto riguarda la mania (“Capitan Newman” [1963], “Mr. Jones” [1993]), sia per la depressione (“Il settimo velo” [1945], “La figlia di Caino” [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi (“Requiem for a Dream” [2000], “Paura e delirio a Las Vegas” [1997]).   Rispetto ai disturbi di personalità, essi sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, raccontando di pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo “Arancia meccanica” [1971] per il disturbo antisociale di personalità; “Alice’s Restaurant” [1969] per il disturbo borderline, “American gigolo” [1980] per l’esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all’interno degli istituti psichiatrici in diversi paesi ed epoche: “Il grande cocomero” [1993], “Ragazze interrotte” [1999], “Prendimi l’anima” [2003], fino al recente “Si può fare”[2008].

COSA FARE SE…SI METTE IL DITO IN BOCCA

Simone, 10 anni, è un bambino socievole e simpatico. Va molto bene a scuola, ha tanti amici ed i genitori lo descrivono come ubbidiente e tranquillo. E’ da poco diventato fratello maggiore di Stefania e sembra aver preso questo incarico con molta responsabilità. Adora la sorellina e la coccola in continuazione. Tutto perfetto…se non per un problema che Simone non ha mai superato: sin da piccolo, infatti, ha il vizio di mettersi il pollice in bocca.  Compie questo gesto soprattutto quando è stanco, la sera sul divano mentre guarda la tv, quando è malato o particolarmente nervoso o arrabbiato. Ormai è grande e i genitori non sanno più che fare per far perdere a Simone questa brutta abitudine: “Le abbiamo provate proprio tutte!” mi dicono “lo abbiamo fatto ragionare, gli abbiamo spiegato con calma che ormai non è più un bambino piccolo, lui diceva di sì ma poi lo rifaceva. Allora ci siamo arrabbiati, lo abbiamo sgridato e qualche volta lo abbiamo minacciato di dargli qualche punizione, ma il risultato è stato che scoppiava a piangere disperato e non toglieva più il dito dalla bocca. Gli abbiamo detto di guardare gli altri bambini, che loro alla sua età non avevano bisogno del dito in bocca e a quel punto si è arrabbiato ed è scappato in camera sua…non sappiamo più come fare!!”.

LA PREOCCUPAZIONE:

Perché alcuni bambini hanno delle cattive abitudini che non riescono ad eliminare? Quando è giusto interrompere questi vizi e qual è il modo migliore per riuscirci? Cosa nasconde il bisogno di tenere il dito in bocca per un bambino come Simone?

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CAUSE E CURE PER LA PROCRASTINAZIONE DEGLI STUDENTI

Buongiorno a tutti. Per questo articolo del giovedì ho pensato di proporvi la traduzione di un interessante riflessione sul tema della procrastinazione, scritta da Marie Hartwell –Walker e tratta dal sito americano PsychCentral (CLICCANDO QUI potrete trovare il link all’articolo originale).    La procrastinazione (ovvero la tendenza a rimandare i compiti importanti da fare, il famoso “lo farò domani!”) è un comportamento molto diffuso e trovo sia utile esaminarlo. Questa volta lo facciamo da un punto di vista leggermente differente, quello di una psicologa americana alle prese con la procrastinazione dei suoi studenti. Buona lettura!

Mi viene quasi da ridere. Pensando di scrivere un articolo sulla procrastinazione, se guardo me stessa sembro un classico caso. Stamattina mi sono alzata presto per scrivere. L’ho fatto davvero. Ma prima ho pensato che dovevo pagare le mie bollette mensili. Poi ho iniziato a cucinare ed ho pulito con una spugna il mobile della cucina. Una lunga telefonata con mia figlia è stata seguita dal buttare in lavatrice i panni sporchi e nel dare una lavata ad alcuni piatti lasciati “a mollo” nel lavandino dalla sera prima (sembra che mio figlio che aveva il compito di riordinare la cucina non lo abbia fatto. Grr). Penso che mi farò un altro caffè. Continua a leggere “CAUSE E CURE PER LA PROCRASTINAZIONE DEGLI STUDENTI”

AFFRONTARE I COMPORTAMENTI PROBLEMATICI DEGLI ALUNNI IPERATTIVI: I PROBLEMI NELLA SCRITTURA

 

Benvenuti al nostro secondo appuntamento con gli articoli dedicati al disturbo da Deficit di Attenzione / Iperattività.

Come accennato nell’articolo di lunedì scorso, dopo aver parlato dell’eccessiva attività motoria oggi focaliziamo l’attenzione su un altro tratto caratteristico di chi convive con l’ADHD: i problemi nella scrittura.

Il bambino iperattivo ha spesso una brutta calligrafia e difficoltà nello scrivere.

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