PILLOLA DI PSY: L’INSERIMENTO ALL’ASILO

pillola di psy 11 settembre 2017

INSIDE OUT: spiegare la mente a grandi e piccini

Si lo ammetto…ormai sono passati un po’ di anni ma era da tempo che volevo scrivere una mia personale recensione del bellissimo film di animazione della Pixar “Inside Out”. Come molti sapranno questo cartone, uscito nelle sale italiane nel 2015, mette al centro della storia le emozioni di una giovane adolescente.

“Inside out” racconta, infatti, la vicenda di Riley, una bambina di 11 anni che dal Minnesota si trasferisce a San Francisco con la sua famiglia. Ciò che rende così innovativa e geniale questa pellicola è il fatto che la narrazione si svolge a partire da ciò che avviene “dentro la testa” di Riley, fornendoci così uno spaccato molto chiaro di come funziona la mente umana. Il film è perlopiù ambientato nel cervello della bambina, dove 5 emozioni (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza) si avvicendano intorno ad una consolle di comando, dalla quale orientano i pensieri, le azioni ed i ricordi di Riley. Così la gioia diventa una ragazza gialla come il sole, sempre allegra ed ottimista, la tristezza è una cicciottella con la pelle e i capelli blu, perennemente imbronciata e la rabbia è un tipetto rosso tutto pepe, che prende fuoco per un nonnulla. Completano il quadro il disgusto, raffigurato da una signorina verde, snob e che critica tutto e tutti ed un signorotto allampanato e sempre terrorizzato, la paura appunto.

Dietro ai personaggi descritti ci sono studi approfonditi: per delinearne al meglio ogni sfaccettatura la Disney Pixar si è appoggiata alle ricerche di un centro di psicologia e neuroscienze dell’università di Berkeley. Gli studiosi hanno guidato gli sceneggiatori per dare risposta a domande del tipo: che ruolo hanno le emozioni nella coscienza e nella memoria degli individui? Come reagisce emotivamente una preadolescente di fronte ad un cambiamento? Come cambia la vita emotiva di una ragazzina di 12 anni rispetto a quando era piccola?

Lungo tutto il film, leader indiscusso del gruppo è Gioia che ha accompagnato Riley lungo tutte le tappe della sua crescita. Il film farà vedere, invece, come l’elemento fondamentale della crescita sia anche la presenza di Tristezza e quanto sia importante riconoscerne l’esistenza ed apprezzarla. In realtà, infatti, il tema principale del film è la perdita e l’ allontamento (dai vecchi amici, dalla casa e dai ricordi di un tempo, dall’infanzia).  Crescendo, si fa strada sempre più in Riley il sentimento della tristezza (l’adolescenza è per definizione l’età dell’inquietudine e dell’incertezza), che arriva ad influenzare anche i suoi ricordi passati. Tutto questo aiuta la ragazzina a riconoscersi come individuo che sta cambiando, permettendole di costruire piano piano la sua identità. In un certo senso, Inside out regala un nuovo valore a questa emozione, che cessa di essere vista come l’emblema della passività e diventa fonte di energia per rispondere al dolore della perdita.

Le emozioni, infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono fonte di confusione e sconvolgimento (e quindi da nascondere o evitare), ma aiutano piuttosto ciascuno di noi nella formazione di un senso morale, guidandoci nel capire ciò che è giusto e ciò che non lo è, oltre a permetterci di formulare una personale visione del mondo che ci circonda.

La rabbia, ad esempio, ci permette di reagire alle ingiustizie e “scaldarci” così da lottare per ciò in cui crediamo.  Inoltre esse danno struttura alle nostre relazioni sociali, ai legami con le figure di riferimento (genitori ed amici).

Il film alterna momenti di puro divertimento, (ad esempio i siparietti creati dai diversi pensieri nella testa dei diversi componenti della famiglia durante la cena insieme) a scene più serie che possono darci importanti spunti di riflessione.                                   Credo che il momento più toccante del film sia quando Gioia capisce l’importanza di Tristezza e le permette di accedere alla consolle. Riley riesce finalmente a piangere ed ammettere ai suoi genitori che le mancano gli amici e la casa del Minnesota, togliendosi la maschera di bambina sempre felice e gioiosa. Bellissima è anche la sintonizzazione emotiva dei genitori di Riley, che capiscono la sua tristezza e la accolgono, permettendo ai ricordi di unirsi. Le due emozioni creeranno nuovi ricordi insieme: gioia e tristezza daranno luogo alla nostalgia e Riley porterà i ricordi felici nel suo cuore.

Ritengo che un grande merito di “Inside out” sia stato quello di essere riuscito a spiegare la complessità della mente umana in modo semplice e divertente: memoria a breve e lungo termine prendono così la forma di  tubature che portano ad “archivi di memoria” pieni di palline colorate, i ricordi diventano isole magiche e ci sono veri e propri set cinematografici con tanto di attori per raccontare la formazione dei sogni.

“Inside out” è un piccolo gioiello di animazione e a tratti un compendio di psicologia: memorabile resta la scena di un disperato Bing Bong (l’amico immaginario di Riley bambina), inconsolabile per la perdita del suo carretto magico. Gioia cerca in tutti i modi di tirargli su il morale, ma sarà Tristezza, con la sua capacità di sintonizzarsi sul dolore emotivo altrui (ciò che chiamiamo empatia) a permettere a Bing Bong di elaborare il suo dispiacere, per poi asciugare le lacrime e dire “mi sento meglio…ora”.

 

LA FRUSTRAZIONE

Buongiorno a tutti. Con settembre riprende anche la collaborazione con il sito Emergenza borderline: ecco allora un mio nuovo articolo, che potete trovare anche sulla pagina dedicata a questo disturbo (QUI il link).

LA FRUSTRAZIONE

Con il termine frustrazione in psicologia definiamo lo stato emotivo che deriva da un desiderio o da un bisogno non soddisfatto. In pratica, ci sentiamo frustrati quando desideriamo qualcosa che, a causa di ostacoli di varia natura, non possiamo ottenere. La frustrazione si presenta anche quando, una volta ottenuto il nostro obiettivo, esso non si dimostra all’altezza delle nostre aspettative.

Si tratta di una condizione psicologica che ci accompagna durante tutte le fasi di vita, sin dalla nostra nascita.

In generale possiamo dire che le cause della frustrazione sono molteplici:

  • Fattori fisici: lo stesso evento della nascita è per il bambino appena venuto al mondo fonte di profonda frustrazione, poiché si trova all’improvviso in un ambiente nuovo, apparentemente ostile, in cui si fanno pregnanti i suoi bisogni di accudimento (fame, sete, sonno, essere cambiato, temperatura, protezione…);
  • Fattori sociali: fare parte di un gruppo sociale, regolamentato da leggi e norme, spesso impedisce il soddisfacimento di alcuni bisogni e può portare a senso di frustrazione ed intolleranza verso quanto stabilito;
  • Fattori personali, più specificamente:
  1. Biologici è riguardano la condizione fisica di un organismo (statura bassa, portare gli occhiali, orecchie a sventola…). La frustrazione nasce quando l’individuo non vive in modo positivo le proprie caratteristiche;
  2. Psicologici è riguardano i tratti di personalità di un soggetto (che può, ad esempio, sentirsi a disagio in una società molto competitiva e razionale sentendosi maggiormente portato per il contatto umano e per l’emotività);
  3. Socialiè riguardano la società (ad esempio il non accettare di vivere in un determinato contesto sociale).

Ma come si manifesta la frustrazione durante le varie tappe dell’esistenza? Quali cambiamenti vi sono nel modo di reagire man mano che si cresce e si entra nell’età adulta?

INFANZIA

Come abbiamo accennato, sin dai primi attimi di vita il neonato deve fare i conti con la frustrazione. Nei primi mesi di vita l’intero mondo del bambino è dato dal rapporto con la mamma, che è continuamente chiamata a rispondere alle esigenze di nutrimento ed accudimento del suo piccolo. Nel momento in cui la madre non è in grado di soddisfare le richieste ecco che arriva la frustrazione, che si può manifestare in modi diversi.   Infatti, va detto che la frustrazione porta con sé un sentimento soggettivo, pertanto ciascun bambino può reagire in modo diverso alle varie situazioni ed anche in base alla sua età, al contesto, alle caratteristiche di personalità e al livello di sviluppo. Alcuni bambini rispondono reagendo con rabbia e pianti inconsolabili, altri si chiudono in se stessi, altri ancora regrediscono.

Man mano che il bambino cresce, in genere la frustrazione fa capolino ogni volta che il genitore pone un vincolo o dice “No” ad una richiesta.  È importante che i genitori aiutino i propri bambini a non aspettarsi che tutte le richieste vengano immediatamente attese, altrimenti c’è il rischio che essi non sviluppino la capacità di accettare le difficoltà e faticheranno ad avere un atteggiamento positivo nella risoluzione dei problemi. Il bambino, specie se piccolo, non ha ancora padronanza delle sue emozioni, non conosce le regole e vive nell’ “onnipotenza infantile” di controllare il mondo facendo ciò che gli piace. Compito dei genitori è guidarlo al rispetto delle regole, far capire che non può avere sempre tutto ciò che desidera, innalzando così il suo livello di tolleranza alle frustrazioni che inevitabilmente incontrerà sul suo cammino.

ADOLESCENZA

Gli ambiti in cui maggiormente i ragazzi e le ragazze adolescenti si troveranno a fare i conti con la frustrazione sono in genere quello scolastico e quello relativo alla sfera amicale. Il compito andato male, i primi esami non passati, il tradimento di un caro amico o il rifiuto del ragazzo di cui si è innamorate sono tutte esperienze che portano sofferenza ma che devono essere gestite ed accettate come tappe normali della vita. In queste circostanze gli adulti di riferimento devono insegnare l’importanza di affrontare i fallimenti, sottolineando il valore della tenacia, dello sforzo, della pazienza per raggiungere gli obiettivi prefissati.      L’adolescenza è un’età difficile, di sconvolgimenti fisici ed emotivi ed è un periodo critico rispetto alla capacità di tollerare le frustrazioni. Ecco perché è cosi importante porre le basi sin dall’età infantile, in modo da aiutare i propri figli adolescenti ad essere già pronti ad affrontare le frustrazioni.

ETA’ ADULTA

Durante l’età adulta, il modo a cui reagiamo alla frustrazione è fortemente legata  al senso di autostima. Se l’individuo è emotivamente forte sarà in grado di superare un momento di difficoltà, quale ad esempio la perdita del lavoro o l’abbandono del proprio partner; in questo caso il senso di autoefficacia si rafforzerà innescando un circolo virtuoso che permetterà di aumentare la soglia di tolleranza alle frustrazioni e reagire con ciò che in psicologia si definisce come resilienza (capacità di affrontare le difficoltà in modo vincente ed uscirne più forti).    Se la frustrazione è ben dosata e non si arriva a livelli di stress troppo elevati essa può essere un utile stimolo per la risoluzione dei problemi e può aiutarci a trovare soluzioni innovative, stimolando l’interazione sociale e la cooperazione e favorendo la crescita personale. Al contrario, una frustrazione negativa può declinarsi in diversi modi, quali ansia, angoscia, distacco e apatia, crisi di rabbia.

bentornati sul blog!

Le vacanze sono purtroppo finite (almeno per me!) e con il rientro riprende anche la consueta attività del blog genitorifelici. Si ricomincia con nuovi articoli, contenuti e video interessanti sul mondo della genitorialità e del bambino. Inauguriamo l’inizio del mese di settembre  con una colorata infografica per dare qualche spunto di riflessione ai genitori che si ritrovano a vivere l’emozionante momento dell’ingresso in una nuova scuola da parte dei propri figli.

Come affrontare al meglio il primo giorno di scuola? Che emozioni accompagnano la mente del bambino? Come possiamo noi genitori aiutare in questo delicato passaggio?

INFOGRAFICA il primo giorno di scuola

buongiorno a tutti i miei lettori!

In questo ultimo mese sono stata un pò latitante: motivi personali non mi hanno permesso di aggiornare costantemente il blog e pubblicare nuovi contenuti. Vi chiedo scusa e visto che ormai le vacanze sono alle porte colgo l’occasione per fermarmi e sistemare alcune cose in modo da tornare poi a settembre più carica che mai, con articoli, spunti e riflessioni con cui riempire questo blog dedicato al mondo dell’infanzia e dei genitori.

Auguro a tutti voi, quindi, di trascorrere bellissime vacanze, piene di riposo, gioia e nuove scoperte in compagnia delle persone a voi care.

in quanto a noi, ci ri-leggiamo a settembre!!!!

Vi aspetto!!!

ADOZIONE: PARLARNE O NO IN FAMIGLIA? E COME? 4 ELEMENTI DA TENERE A MENTE…

1- Parlate regolarmente dell’adozione

Anche se il vostro piccolo è ancora un neonato e temete che non possa capire, parlate da subito della sua adozione e del suo arrivo nella vostra vita: in questo modo per lui sarà qualcosa di naturale. Rendete la cosa molto semplice, adeguandola alle diverse età. Gia prima dei 5 anni i bambini dovrebbero essere informati delle loro origini e sapere che l’adozione è un modo di diventare famiglia. Parlate al bambino di come è nato: spiegategli che un’altra donna e un altro uomo gli hanno dato la vita, che lui è cresciuto nel pancione di quella signora e poi siete arrivati voi a prendervi cura di lui. In questo modo è nata la vostra famiglia.

L’adozione non deve essere un tema difficile di cui si discute una volta ogni tanto, occorre trasmettere il messaggio che l’arrivo del vostro bambino è stato un evento positivo. Questo è possibile soltanto parlando giornalmente della “storia dell’adozione”, raccontando come avete saputo la storia del vostro piccolo, della prima volta che lo avete visto e stretto tra le vostre braccia, di quanto eravate felici del suo arrivo nelle vostre vite, del luogo in cui vi siete incontrati, del primo arrivo nella nuova casa. Gli eventi felici dei genitori diverranno così gli eventi felici del bambino, che vivrà la sua adozione in modo sereno e tranquillo. Al contrario, nascondere le informazioni fino all’età in cui “il bambino potrà capire” avrà il solo risultato di far dubitare il bambino che la sua adozione sia stato un fatto positivo e renderà tutto più difficile.

2. Non ignorate o parlate male dei suoi genitori naturali

I genitori biologici dovranno fare sempre parte della vita del bambino. Evitare di parlarne dà il messaggio che si è a disagio rispetto alla loro esistenza o che si crede abbiano fatto qualcosa di male, che siano figure totalmente negative. In realtà loro sono coloro che hanno dato la vita al vostro bambino e che alla fine hanno permesso a voi di diventare i suoi genitori.

3. Non aspettate che sia vostro figlio a fare domande

 Spesso i bambini adottati evitano di fare domande sui loro genitori biologici o sulle loro origini, perché temono di ferire i propri genitori o temono che non ci si senta a proprio agio a parlare di questo. Al contrario, è importante cogliere ogni occasione per parlare dell’adozione: se vostro figlio è bravo in matematica potete dirgli “chissà se la donna che ti ha messo al mondo era brava come te nelle operazioni!”.

Questo discorso vale anche per i momenti di conflitto. Una delle paure più grandi per un genitore adottivo è sentirsi dire la frase “tu non sei la mia vera madre!”: questo risveglia nei genitori un profondo dolore, senso di smarrimento e di impotenza. Tuttavia, anche in questo caso può diventare una nuova opportunità per cementare il legame, chiedendo per esempio “pensi mai a cosa avrebbe fatto al mio posto la donna/l’uomo che ti ha messo al mondo?”. Questo mostra al proprio figlio che va bene parlare del dolore, della mancanza e degli aspetti più tristi legati all’adozione. Gli dà il messaggio che voi ci sarete, sempre, per lui.

4. Non dite continuamente quanto è stato fortunato vostro figlio ad essere stato adottato e non ripetetegli sempre quanto speciale sia

L’adozione è un incontro di cuori, la volontà di essere genitori che si unisce al desiderio di un bambino di trovare una famiglia al posto di quella che non ha potuto prendersi cura di lui.

Il rischio in questo caso è che il bambino pensi di meritare l’amore solo in virtù del suo essere speciale e non semplicemente perché è vostro figlio. Il messaggio da trasmettere è che lui può essere semplicemente se stesso, non necessariamente il più bravo (ad esempio a scuola o nello sport), il più gentile, il più educato. Voi lo amerete comunque.

5 SUGGERIMENTI, IDEE E STRATEGIE PER RIDURRE LO STRESS DELLE MAMME

Trovate l’articolo originale in lingua inglese a questo link

Novelle mamme, mamme casalinghe, mamme che lavorano, mamme single e mamme in generale hanno tutte una caratteristica in comune: sono stressate. Questo stress non solo ha un impatto sulla loro salute, ma anche sulle loro capacità genitoriali, oltre che sulla pazienza e sul desiderio di creare un legame con i propri figli.  Quando il cortisolo, l’ormone dello stress, viene rilasciato in alte dosi mette le mamme in una condizione di rischio sia per quanto riguarda la loro salute mentale che quella fisica.  Abbassare lo stress è la chiave per migliorare la vita in famiglia e essere certi che la mamma stia bene per molto tempo in avvenire.

1. CREATE DEI SISTEMI

Un po’ di organizzazione può aiutare molto per alleviare lo stress. Una cosa molto semplice che le mamme possono fare è preparare la sera prima le cose da fare per il giorno dopo. Se la mamma lavora, lei oppure il papà possono preparare i pasti la sera prima. I vestiti possono essere sistemati e pronti per il giorno dopo e anche la colazione può essere preparata in anticipo.

2. IMPARATE A DELEGARE

le mamme spesso tendono a pensare che devono fare tutto e che sono le uniche persone a saper portare a termine i compiti nel giusto modo. Identificate i compiti che sono prioritari, quelli che vanno assolutamente fatti e devono essere portati a termine dalla mamma; poi, delegate tutto il resto.   Ad esempio, il papà può preparare la colazione. I più piccoli ed i neonati non possono aiutare in casa, ma i bambini più grandi sicuramente possono. Date loro piccoli compiti e riducete lo stress delle mamme. Stabilite del tempo personale,un po’ di tempo per curare voi stesse. Può essere qualcosa di semplice, come un bagno serale o leggere un buon libro.   Fare esercizio, meditare e uscire con gli amici sono tutte cose importanti ed aiutano a portare equilibrio in una vita impegnata.

3. ABBANDONATE L’IDEA DI PERFEZIONE

Non esiste la mamma o il papà perfetto. Le case perfettamente pulite non esistono, così come I pasti perfetti. La qualità è nell’esperienza. Cercate di concentrarvi meno sui dettagli e maggiormente sull’esperienza. Lasciate in disordine la cucina e divertitevi a giocare ad un gioco la sera insieme alla vostra famiglia. Lasciate perdere il bucato per un giorno e andate a fare una passeggiata con i vostri bambini.

4. RISPETTATE LE VOSTRE DECISIONI E QUELLE DEGLI ALTRI

Le mamme sono spesso abbastanza severe tra loro rispetto al proprio modo di essere genitori ed alle scelte lavorative. Amate le scelte che avete fatto e rispettate che altre mamme hanno il diritto di prendere le loro decisioni. Abbandonate i sensi di colpa e abbracciate la vostra vita

 5. TROVATE UN SUPPORTO

Le mamme che si sentono supportate sia dentro che fuori casa sono molto più felici e molto più in grado di gestire lo stress. Il sostegno può essere trovato attraverso organizzazioni della comunità, gruppi sociali e all’interno della famiglia stessa. Anche se è impossibile eliminare lo stress dalla vita, piccoli passi per ridurlo possono fare una grande differenza.

Autismo: stereotipie ed interessi ristretti (seconda parte)

Buongiorno a tutti e ben ritrovati sul blog genitorifelici. Oggi concludiamo l’articolo iniziato lunedì scorso, approfondendo il particolare rapporto che molti autistici hanno con il mondo dei 5 sensi e parlando di come questa patologia influenza la capacità intellettiva. Potete trovare gli altri approfondimenti relativi a questa tematica cliccando QUI, QUI e QUI

Molti individui autistici sembrano soffrire di un’alterazione di uno o più sensi, che quindi può coinvolgere il sistema uditivo, visuale, tattile, gustativo, vestibolare, olfattivo. La percezione sensoriale può essere ipersensibile, iposensibile o può provocare al soggetto interferenze (ad esempio il “tinnitus”, un ronzio o campanellio persistente alle orecchie). Come conseguenza, per gli individui autistici può essere difficile elaborare correttamente l’informazione sensoriale e sopportare stimoli normali.  Ecco perchè a volte alcuni autistici sono sulla difensiva dal punto di vista tattile ed evitano tutte le forme di contatto corporeo. Altri hanno poca o nessuna sensibilità al dolore, o ancora amano una forte pressione corporea. Le attività di esplorazione degli oggetti e le buone abilità manuali dei bambini autistici suggeriscono che la loro sensibilità aptica (ovvero quella che riguarda la capacità percettiva delle dita delle mani) sia buona, e forse addirittura superiore alla norma.

Vi è poi l’ipersensibilità uditiva: circa il 40% degli autistici sono in forte disagio quando esposti a certi suoni o frequenze. Spesso si coprono le orecchie o si infuriano dopo aver udito il pianto di un bambino o il suono di un motore. In contrasto, a volte sembrano non rispondere ai suoni. In alcuni casi il bambino, dopo aver ignorato rumori molto forti, si gira per localizzare la fonte di un rumore lieve che ha attratto la sua attenzione.

Riguardo alla percezione visiva, in alcuni bambini con autismo è stato riscontrato un comportamento peculiare, le cui cause non sono ancora state chiarite, che consiste nel guardare gli oggetti “obliquamente” anziché frontalmente.

Questo insieme di situazioni deficitarie è confermato anche nelle autodescrizioni di persone autistiche in grado di descrivere le proprie sensazioni (che sono purtroppo un’assoluta minoranza). Così scrive Temple Grandin relativamente alla percezione uditiva:

“… per me udire è come avere un amplificatore bloccato al massimo. Le mie orecchie sono come microfoni che captano ed amplificano i suoni… non riesco a modulare la stimolazione uditiva. Ho scoperto che potevo interrompere i rumori fastidiosi dedicandomi a comportamenti autistici, stereotipati e ritmati…”[1].

La stessa autrice evidenzia con efficacia anche i suoi problemi nella percezione tattile:

“ Io indietreggiavo quando gli altri cercavano di abbracciarmi, perché il contatto provocava l’irrompere penoso di un maremoto di stimolazioni attraverso il mio corpo …a farmi evitare l’abbraccio era la sovrastimolazione sensoriale, non la collera o la paura. Lievi pruriti o sfregamenti erano per me una tortura. Una gonna che mi grattasse la pelle mi sembrava carta vetrata che mi scorticava…era un problema anche adattarmi agli abiti nuovi.”.

Gunilla Gerland sottolinea nella sua autobiografia  come da bambina le sensazioni che provenivano dal suo corpo fossero particolari e difficilmente controllabili:

“la superficie dei miei denti era incredibilmente sensibile e, se anche solo veniva sfiorata, potevo sentire come una scossa elettrica… Il mio cervello percepiva solo informazioni confuse dal resto del corpo ed io dovevo utilizzare la vista per capire bene cosa stesse succedendo. Tanto più una parte del mio corpo era lontana dal cervello, tanto più le sensazioni erano indistinte…la pianta del piede era l’unico punto dove io potessi tollerare un contatto, che poteva anche arrivare a farmi piacere, proprio per il fatto di essere tanto vago…”[2].

Oltre alle problematiche connesse alle diverse vie sensoriali, Donna Williams segnala anche una difficoltà nell’integrazione delle diverse sensazioni:

“la maggior parte delle persone può elaborare informazioni in modo efficiente e continuativo, attraverso più di un canale sensoriale contemporaneamente… quando si sintonizzano sul significato di ciò che stanno ascoltando, continuano a capire il significato di ciò che vedono e sentono emotivamente e fisicamente… Le persone autistiche possono invece funzionare in “mono”: per queste persone…l’elaborare il senso di ciò che stanno ascoltando mentre qualcuno li tocca, può significare non avere alcuna idea di dove siano toccati o di cosa pensino o sentano in quel momento.”[3].

Circa il quoziente intellettivo, emergono situazioni diverse, con profili particolari e disomogenei. In alcuni casi di autismo si ha l’impressione di una buona intelligenza , mentre in molti altri esiste un evidente difetto intellettivo. Un aspetto della patologia autistica che merita attenzione è poi costituito dal fatto che

nonostante un’intelligenza generalmente bassa, è possibile in alcuni individui una prestazione sorprendentemente alta (spesso superiore rispetto alle persone intellettivamente dotate) in certe abilità isolate, che rende questi soggetti dei veri “Idiots savants”.

Spesso il comportamento dei bambini affetti da autismo rivela delle capacità fuori dall’ordinario, talvolta persino dei talenti rari.  Questo è uno dei più sconcertanti temi della psichiatria infantile. Già Kanner aveva coniato il termine “isolotti di capacità” affermando che:

“il sorprendente vocabolario dei bambini che parlano, l’eccellente memoria per eventi accaduti anni prima, la fenomenale memoria meccanica per le poesie e i nomi e il preciso ricordo di figure e sequenze complesse sono l’indizio di una buona intelligenza.”.

Le competenze che si manifestano nella sindrome del savant si esprimono in  abilità prevalentemente non simboliche, artistiche, visive e motorie, con particolari capacità di memorizzazione e apprendimento, ad esempio riguardo ad argomenti sui quali è focalizzato l’interesse del bambino. La memoria è profonda, focalizzata e basata sulla recitazione abituale, ma non comporta la comprensione di ciò che viene detto. I casi di “idiots savants” sono comunque estremamente rari.

[1] Grandin, T, (1984). My experiences as an autistic child and rewiew of related literature. In <<Journal of orthomolecular psychiatry>>, 50, pp. 441 – 8

[2] Gerland, G.(1999). Una persona vera. Diario di una giovane autistica. Phoenix, Roma

[3] Williams, D.(1998). Il mio e il loro autismo. Armando ed, Roma