INSIDE OUT: spiegare la mente a grandi e piccini

Si lo ammetto…ormai sono passati un po’ di anni ma era da tempo che volevo scrivere una mia personale recensione del bellissimo film di animazione della Pixar “Inside Out”. Come molti sapranno questo cartone, uscito nelle sale italiane nel 2015, mette al centro della storia le emozioni di una giovane adolescente.

“Inside out” racconta, infatti, la vicenda di Riley, una bambina di 11 anni che dal Minnesota si trasferisce a San Francisco con la sua famiglia. Ciò che rende così innovativa e geniale questa pellicola è il fatto che la narrazione si svolge a partire da ciò che avviene “dentro la testa” di Riley, fornendoci così uno spaccato molto chiaro di come funziona la mente umana. Il film è perlopiù ambientato nel cervello della bambina, dove 5 emozioni (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza) si avvicendano intorno ad una consolle di comando, dalla quale orientano i pensieri, le azioni ed i ricordi di Riley. Così la gioia diventa una ragazza gialla come il sole, sempre allegra ed ottimista, la tristezza è una cicciottella con la pelle e i capelli blu, perennemente imbronciata e la rabbia è un tipetto rosso tutto pepe, che prende fuoco per un nonnulla. Completano il quadro il disgusto, raffigurato da una signorina verde, snob e che critica tutto e tutti ed un signorotto allampanato e sempre terrorizzato, la paura appunto.

Dietro ai personaggi descritti ci sono studi approfonditi: per delinearne al meglio ogni sfaccettatura la Disney Pixar si è appoggiata alle ricerche di un centro di psicologia e neuroscienze dell’università di Berkeley. Gli studiosi hanno guidato gli sceneggiatori per dare risposta a domande del tipo: che ruolo hanno le emozioni nella coscienza e nella memoria degli individui? Come reagisce emotivamente una preadolescente di fronte ad un cambiamento? Come cambia la vita emotiva di una ragazzina di 12 anni rispetto a quando era piccola?

Lungo tutto il film, leader indiscusso del gruppo è Gioia che ha accompagnato Riley lungo tutte le tappe della sua crescita. Il film farà vedere, invece, come l’elemento fondamentale della crescita sia anche la presenza di Tristezza e quanto sia importante riconoscerne l’esistenza ed apprezzarla. In realtà, infatti, il tema principale del film è la perdita e l’ allontamento (dai vecchi amici, dalla casa e dai ricordi di un tempo, dall’infanzia).  Crescendo, si fa strada sempre più in Riley il sentimento della tristezza (l’adolescenza è per definizione l’età dell’inquietudine e dell’incertezza), che arriva ad influenzare anche i suoi ricordi passati. Tutto questo aiuta la ragazzina a riconoscersi come individuo che sta cambiando, permettendole di costruire piano piano la sua identità. In un certo senso, Inside out regala un nuovo valore a questa emozione, che cessa di essere vista come l’emblema della passività e diventa fonte di energia per rispondere al dolore della perdita.

Le emozioni, infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono fonte di confusione e sconvolgimento (e quindi da nascondere o evitare), ma aiutano piuttosto ciascuno di noi nella formazione di un senso morale, guidandoci nel capire ciò che è giusto e ciò che non lo è, oltre a permetterci di formulare una personale visione del mondo che ci circonda.

La rabbia, ad esempio, ci permette di reagire alle ingiustizie e “scaldarci” così da lottare per ciò in cui crediamo.  Inoltre esse danno struttura alle nostre relazioni sociali, ai legami con le figure di riferimento (genitori ed amici).

Il film alterna momenti di puro divertimento, (ad esempio i siparietti creati dai diversi pensieri nella testa dei diversi componenti della famiglia durante la cena insieme) a scene più serie che possono darci importanti spunti di riflessione.                                   Credo che il momento più toccante del film sia quando Gioia capisce l’importanza di Tristezza e le permette di accedere alla consolle. Riley riesce finalmente a piangere ed ammettere ai suoi genitori che le mancano gli amici e la casa del Minnesota, togliendosi la maschera di bambina sempre felice e gioiosa. Bellissima è anche la sintonizzazione emotiva dei genitori di Riley, che capiscono la sua tristezza e la accolgono, permettendo ai ricordi di unirsi. Le due emozioni creeranno nuovi ricordi insieme: gioia e tristezza daranno luogo alla nostalgia e Riley porterà i ricordi felici nel suo cuore.

Ritengo che un grande merito di “Inside out” sia stato quello di essere riuscito a spiegare la complessità della mente umana in modo semplice e divertente: memoria a breve e lungo termine prendono così la forma di  tubature che portano ad “archivi di memoria” pieni di palline colorate, i ricordi diventano isole magiche e ci sono veri e propri set cinematografici con tanto di attori per raccontare la formazione dei sogni.

“Inside out” è un piccolo gioiello di animazione e a tratti un compendio di psicologia: memorabile resta la scena di un disperato Bing Bong (l’amico immaginario di Riley bambina), inconsolabile per la perdita del suo carretto magico. Gioia cerca in tutti i modi di tirargli su il morale, ma sarà Tristezza, con la sua capacità di sintonizzarsi sul dolore emotivo altrui (ciò che chiamiamo empatia) a permettere a Bing Bong di elaborare il suo dispiacere, per poi asciugare le lacrime e dire “mi sento meglio…ora”.

 

CINEMA, PSICOANALISI E FOLLIA: COME AVVIENE LA RAPPRESENTAZIONE DEI “MATTI”SULLO SCHERMO

Chi mi conosce bene sa che le mie due grandi passioni sono il cinema e la psicologia. Ci addentriamo quindi oggi, con questo articolo, in un ambito affascinante, ovvero lo stretto rapporto esistente tra psichiatria e mondo cinematografico.

La nascita ufficiale della psicoanalisi viene fatta convenzionalmente risalire dagli studiosi al 1895, anno in cui Freud pubblica la sua opera “Psicoanalisi dell’isteria” dando origine alla psicologia dell’inconscio. È significativo il fatto che, proprio nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, i fratelli Lumière organizzino le prime proiezioni pubbliche del loro “cinematografo”, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova e rivoluzionaria arte. Per questa coincidenza temporale, Musatti ha definito la psicoanalisi “sorella gemella” del cinema, in quanto sua coetanea.

Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno inoltre fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto, mostrandosi come due tra le discipline con maggiori affinità elettive: entrambi si sono occupati da sempre di pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita.

Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni, aveva riconosciuto un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio è una sorta di cavità teatrale, uno schermo su cui immagini e simboli giocano i loro ruoli. Come per l’inconscio, nella sala cinematografica c’è il buio, c’è il vuoto e questa attesa iniziale prima che inizi il film.  Nell’uomo esiste un mondo interiore, evocato nei sogni, e il cinema, in quanto macchina di sogni, pare in grado di far nascere nello spettatore dinamiche identificative e proiettive rispetto ai personaggi ed alla storia raccontata.

Attraverso l’analisi di opere cinematografiche si è capito che il cinema, così come la psiche, è contemporaneamente molte cose insieme: può essere luogo di cura e di sostegno, uno spazio di fuga dal reale, un territorio privilegiato in cui evocare i più segreti timori e fantasie per renderli innocui. Allo stesso tempo è anche il luogo in cui si sono da sempre potuti ritrovare tutti gli oggetti del desiderio collettivo, le pulsioni e gli istinti più primitivi. Diversi autori sostengono che il mondo visto attraverso la macchina da presa perde le sue caratteristiche specifiche per trasformarsi in segno universale: ecco che allora il cinema diventa strumento utile per favorire l’elaborazione della storia proposta ed il cammino evolutivo del personaggio, consentendo l’avvicinamento al mondo personale di ciascuno che sarebbe troppo doloroso da affrontare.

Il cinema è una cornice dentro cui i protagonisti raccontano e mostrano ciò che sono. Le emozioni fanno vivere le storie ed è attraverso le storie che si vivono emozioni.

Quando il cinema si propone di mettere in scena il mondo della follia, può diventare strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che, attraverso il film, si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, spesso sconosciute a causa dello stigma che le caratterizza.

Analizzando i film che raccontano storie di malattia mentale, si evidenzia come la maggior parte rappresentino il disagio psichico come una grave alterazione mentale che porta il soggetto ad azioni violente e pericolose, senza che riesca più a distinguere tra bene e male. Pertanto si sono utilizzati spesso modelli stereotipati per rappresentare storie in cui sono affrontati i problemi della psiche. Tuttavia, se da una parte vi sono film che hanno rafforzato tale dicotomia consolidando i luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, dall’altra ve ne sono altri che hanno esplorato con sensibilità ed efficacia i territori della mente, aiutando a  capirne meglio le dinamiche ed esorcizzando le paure.

Infatti, la tendenza a rappresentare il malato mentale come un diverso, spesso un folle criminale da cui occorre mettersi in salvo (si pensi al genere horror o noir) è la manifestazione della paura della diversità, di ciò che non è conosciuto e si teme sia anche dentro di noi.

I generi di film che raccontano la follia con accezione negativa hanno quindi una funzione catartica: il mostro sarà alla fine punito per le sue colpe, permettendo così all’inconscio degli spettatori di sentirsi salvi. Possiamo ricordare molti film in cui il soggetto psichiatrico è rappresentato come imprevedibile, violento, socialmente pericoloso, come ad esempio il famoso “Psyco” o ancora “Shining” diretto da Kubrick, in cui i protagonisti sono diabolici e folli assassini.

Un modo alternativo di rappresentare il malato mentale è, all’estremo opposto, quello di presentarlo come un personaggio buffo, un pazzo da deridere che fa divertire, ridicolizzando disturbi gravi e spesso poco conosciuti e relegando la figura del malato ad una sorta di macchietta (si pensi a “Scemo + Scemo”).

Accanto a questi due grossi filoni se ne può identificare un terzo, nel quale la diversità patologica viene idealizzata ed il soggetto malato viene visto come essere spesso creativo, sincero, anticonformista, che si contrappone al mondo conformista e violento. Il messaggio allarmista verso la malattia mentale, di cui accennavamo prima, viene qui ribaltato: ad esercitare la crudeltà verso i pazzi sono i cosiddetti normali, internandoli in strutture semicarcerarie così da isolarli dalla società ed adottando pratiche mediche simili a torture (camicie forza, lobotomie cerebrali, isolamento, elettroshock) con lo scopo non di curare ma di rendere questi individui innocui, privandoli di personalità, creatività e umanità. Questa trasformazione cinematografica si colloca storicamente intorno agli anni ‘60 e ‘70, anni della contestazione giovanile e della chiusura dei manicomi ad opera di Basaglia e della legge 180.  In questa fase storica si realizzano capolavori legati alla follia di grande successo, quali “Family life” o “Diario di una schizofrenica”.

La natura della malattia si riduce, perde la sua ombra terrificante . il folle non è più tale, è un individuo che vive lo stesso dolore di chiunque.

Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un’impresa pressochè impossibile; tuttavia, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (“A Beautiful Mind” [2001], “Spider” [2002]). Questo vale anche per la rappresentazione dei disturbi dell’umore, sia per quanto riguarda la mania (“Capitan Newman” [1963], “Mr. Jones” [1993]), sia per la depressione (“Il settimo velo” [1945], “La figlia di Caino” [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi (“Requiem for a Dream” [2000], “Paura e delirio a Las Vegas” [1997]).   Rispetto ai disturbi di personalità, essi sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, raccontando di pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo “Arancia meccanica” [1971] per il disturbo antisociale di personalità; “Alice’s Restaurant” [1969] per il disturbo borderline, “American gigolo” [1980] per l’esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all’interno degli istituti psichiatrici in diversi paesi ed epoche: “Il grande cocomero” [1993], “Ragazze interrotte” [1999], “Prendimi l’anima” [2003], fino al recente “Si può fare”[2008].

INTERVISTA ALL’ATTORE ANDREA BOSCA, IL GIGIO DEL FILM “SI PUO’ FARE”

Eccoci di nuovo qui per un nuovo contenuto ella rubrica Psy-Arte. Come promesso la scorsa settimana, oggi vi propongo l’intervista fatta all’attore Andrea Bosca, che ci spiega come sia riuscito a delineare le caratteristiche e i tratti tipici di un malato di schizofrenia. Buona lettura!

CHI E’ ANDREA

Andrea Bosca, nato a Canelli (AT), ma romano di adozione, è un giovane e versatile interprete, che dopo aver compiuto i primi passi nel teatro ha cominciato a lavorare anche per televisione e  cinema. Dopo aver frequentato la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Torino, affina la sua formazione con alcuni corsi di perfezionamento. Nel 2008, diretto dal regista Giulio Manfredonia, è sul set del film “Si può fare”, in cui  veste i panni di Gigio, uno dei malati mentali sotto la guida del sindacalista Nello (Claudio Bisio). Gigio è un giovane dotato di abilità creativa che, innamoratosi di Caterina, vive una terribile delusione quando scopre che la ragazza che ama non ricambia i suoi sentimenti e ciò condurrà il personaggio ad un tragico epilogo. Andrea ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda su come un attore riesca a calarsi nella personalità di un malato psichico.

Andrea, cosa ti ha spinto ad accettare questo ruolo?

Questo  ruolo era pazzesco, a prova di attore, qualsiasi attore fa una bella figura, perché il personaggio e l’intera storia era scritta e pensata bene dal regista e dallo sceneggiatore. Ho subito pensato “questo ruolo deve essere mio… devo raccontarlo”.  Alla fine però mi sono dovuto dimostrare all’altezza di questo compito, visto che davvero Gigio è spesso indefinibile: ti sembra di possederne le caratteristiche e poi ti sorprende sempre. Anche emotivamente è stata una grandissima sfida. Non sempre mi è stato chiesto di compromettermi così tanto. Dall’altro lato è stata anche una abile mossa: chi più di una persona che massimamente si difende è desiderabile agli occhi degli altri? Stai un mese esageratamente difeso e alla fine è quasi difficile uscirne. Proteggersi  di continuo è quasi un vizio che puoi prendere: rischi di essere compianto, che gli altri ti vogliano bene perchè sei tenero e bisognoso di affetto…

Come vi siete preparati prima di girare?

Per quanto mi riguarda io ho seguito un percorso di questo tipo: dopo due giorni di lavoro personale (in cui ho pensato come organizzarmi e cosa mettere all’interno del mio personaggio) ho lavorato in gruppo, visitato strutture psichiatriche, fatto improvvisazioni rispetto a letture personali e film visti insieme agli altri, inserendo delle cose che erano mie idee, spunti, suggestioni.    Molto utile ed importante è stato anche il  lavoro con la sorella del regista, che segue veramente  malati psichici schizofrenici da molto tempo. All’inizio delle riprese  a ciascuno di noi è stata consegnata una scheda del personaggio con un profilo ben definito della patologia, così da fornire ad ognuno di noi un percorso.  In aggiunta a tutto questo, c’è stato un momento di improvvisazione personale: Gigio mi era stato descritto come qualcuno che nasconde un disagio interiore in un bisogno esteriore di continuo movimento. Nel cercare di impersonarlo ho pensato a varie opzioni, alcune esagerate o banali. Non volevo accentuare troppo il movimento perché mi sembrava finto e non mio.   Alla fine ho trovato Gigio e la sua fisicità  durante un’occasione inaspettata e non legata in nessun modo al film: ero in palestra, molto stanco dopo un allenamento intensivo, ed ho notato che per lo sforzo mi tremava la mano. Allora mi sono chiesto “… e se questo tremore venisse dall’interno, dalla pancia?”. Avevo studiato che le medicine facevano un effetto strano su Gigio, lo facevano tremare, non ragionare bene, toglievano ogni impulso  anche sessuale (e a questo proposito c’è una parte rispetto alla liberazione degli impulsi  che credo il film descriva bene).   Quindi ho portato questo tremolio che era fisico dentro la respirazione, cercando di controllare il diaframma per dare un tono incerto di voce. Questa cosa apparentemente molto costruita si è in realtà rivelata credibile e mi ha dato una visione generale del mio personaggio.  Infine ho cercato di potenziare la mia emotività ed una scarsa tolleranza alle frustrazioni.

Quale è stata, a tuo parere, la scena del film più difficile da girare?

Credo sia stata la numero 9, ovvero quella della presentazione dei personaggi a Nello, al suo arrivo in cooperativa. Ognuno di noi doveva essere diversificato e riconoscibile poichè  per  una legge di spettacolo era indispensabile rendere un umanità il più varia possibile. Questo era anche il momento in cui i personaggi erano più  immersi nella loro difficoltà, perché Nello li incontra prima della riduzione delle medicine, prima del momento in cui hanno una personalità propria e distinta e si sentono  uomini e lavoratori, quindi individui. Quella  scena è stata preparata molto con l’improvvisazione e in essa è confluito un anno e mezzo di lavoro dei miei compagni. Infatti io sono arrivato in un secondo tempo, ma il gruppo di lavoro si era costituito un anno prima e dopo successive scremature si è riusciti ad arrivare ad un nucleo ristretto di persone e ad isolare alcuni disturbi interessanti da raccontare. Sono infatti  migliaia i racconti che si possono fare sul disagio mentale,  ma per reggere quel  linguaggio in quello specifico film sono state delineate circa 10-12 patologie.

Com’è stato lavorare in questo gruppo?

È stata un’esperienza incredibile. Sul set si è creata una splendida alchimia. Come ho già detto io mi sono unito agli altri in un momento successivo, tutti già si conoscevano ma non ho fatto nessuna fatica ad integrarmi nel gruppo.  Il lavoro insieme è stato fondamentale: cercavo di calibrarmi sulle caratteristiche degli altri, visto che se qualcuno sceglieva un tratto simile a quello che avevo costruito per Gigio dovevo rimettermi in gioco e cambiare strada per differenziarmi. Ho lavorato tantissimo con l’attore che interpreta Luca: in questi casi si crea un forte legame artistico di rispetto e di amicizia. Lui era grande e grosso ed io dovevo compensare con la mia fragilità!

Come è stata l’esperienza con i giovani malati che sei andato a trovare?

Mi sono recato in una casa di cura a Vesime, vicino a dove sono cresciuto, ma ho fatto un errore:  sono entrato in questo posto cercando di fare il brillante ed il simpatico, proprio come Nello nella scena nove. Sono arrivato  con il mio copione in mano cercando di presentare il progetto e mascherando la paura. Risultato?  Quei ragazzi mi hanno guardato come se fossi io il pazzo. Alla fine ho capito che non è possibile  relazionarsi a loro senza entrare empaticamente in contatto, anzi  questo diventa quasi pericoloso  perché sei uno straniero in una terra sconosciuta.   Solo quando io ho avuto paura di loro così come loro avevano paura di me si è potuto creare un contatto vero. Prima era solo dissimulare un disagio attraverso quei meccanismi che di solito si mettono in atto in questi casi: finta cortesia, sorrisini, atteggiamento da finto amico. Invece è stata una vera e propria “sberla” andare a trovare quelle persone. Ricco di questa esperienza sono tornato sul set e abbiamo fatto un’altra settimana di prove prima di girare. È stato bello perché alla fine con quei ragazzi siamo rimasti amici. Mi sembrava difficile spiegare loro il copione ma poi ho capito che la cosa davvero importante era semplicemente passare del  tempo con loro. Io ancora oggi non so i fatti personali di ciascuno di loro, non mi interessa la loro cartella clinica, ho semplicemente osservato i loro comportamenti . Ricordo un mio amico che crede di essere ferroviere e ama un’immagine che per lui è quasi religiosa: è curioso perché  anche se quell’immagine ogni volta cambia, per  lui è sempre  la stessa cosa e trova in tutto questo una perfetta logica. Occorre davvero entrare nella mente e nelle convinzioni di queste persone.

Ti sei ispirato a qualcuno per la costruzione del personaggio di  Gigio?

Ho rubato un po’ da tutti partendo da una intuizione  che mi sono creato io. Ho preso spunti per  poter liberare in me l’unica cosa che sentivo davvero importante da preservare: il bambino interiore. Loro mi sembrano proprio bambini interiori senza filtri ed alla fine, se ci pensiamo bene, tutti noi siamo in fondo così.  Ho imparato che si può andare in un attimo nel mondo dell’inconscio e rimanerne intrappolati, ma il passo successivo consiste nell’ eliminare il giudizio. Io da occidentale credevo di non cadere nello stereotipo di quello che  giudica, invece mi sono accorto che questa cosa mi investiva completamente.  È stato necessario un pò di tempo e di frequentazione continua per liberarmi del tutto del pregiudizio. È stato bello ed arricchente.

Nella costruzione del tuo personaggio credi abbia influito (ed eventualmente in che modo) l’essere contemporaneamente impegnato su un altro set  (ruolo di Guido nella serie televisiva “Raccontami” ndr)?

Spesso all’interno dello stesso giorno in cui ero impegnato sul set di “Si può fare”  giravo anche “Raccontami”, che oltre a portarmi in un’atmosfera completamente diversa (gli anni ’60 ndr.) mi impegnava nella creazione del personaggio di Guido, un ragazzo farfallone e ricco, pieno di ragazze e sicuro di sé (praticamente l’opposto di Gigio!). In un certo senso vivevo una sorta di sdoppiamento, anche se il fil rouge che legava i due personaggi era il non poter avere la donna che amavano.  Come attore, da schizofrenico che però ha il controllo delle sue problematiche di personalità, è stato davvero divertente, perché cercavo di  polarizzare i comportamenti umani:  quello che non davo a Gigio lo davo a Guido e viceversa. Forse non sarebbe stato lo stesso Gigio se non avessi avuto Guido come contraltare, anche se devo confessare che mi è costato qualche notte insonne!!

Alla fine Gigio si suicida; in un certo modo è l’unico personaggio che nel film decide di arrendersi. Come interpreti questo gesto? Consideri Gigio un perdente?

La riflessione che mi sento di fare è semplicemente che la vita è dura e complessa e non tutti i personaggi  erano strutturati per riuscire a fare un salto nella normalità così grande. Ripensando al suo percorso, Gigio ha fatto un salto enorme per lui, riuscendo a rimanere comunque nella sua ingenuità di bambino. Per lui l’arrivo di Nello, il lavoro con il legno, l’incontro con Caterina è stato un immenso cambiamento. Il suo desiderio poteva essere appagato e invece si è spezzato, ma in fondo la sua esperienza non è tanto diversa da tante persone che oggi soffrono. Lui però, a differenza dei cosiddetti “normali”,  è scoperto, non ha filtri e, quindi, protezioni.

Come hai vissuto il termine delle riprese? 

Ero molto stanco, perché questa esperienza mi ha richiesto davvero un grosso dispendio di energie emotive e fisiche. Inoltre uscire da quella storia voleva dire uscire da un insieme di persone con cui sono stato benissimo: penso che un lavoro così si può fare solo se si crea davvero una speciale atmosfera e unione nel gruppo di lavoro. E poi il regista ci ha raccontato bene, ci ha voluto bene, o meglio ha voluto bene al nostro bambino  interiore,che è stata la cosa che abbiamo maggiormente esposto nel girare. È stata davvero una bella esperienza.

Che emozioni provi rivedendoti nel film?

È  uno dei lavori in cui penso che  ciò che vedo è Gigio e che c’è un’altra persona sullo schermo … però  poi vedo anche tanto di me.. vedo che certi vizi che ho messo in Gigio ci sono anche in Andrea…  poi per esempio mi accorgo che quando recito certi personaggi alcuni tratti di Gigio ritornano…  in fondo è una delle mie difese oltre ad essere il mio bambino interiore.

È stato difficile per te uscire da questo personaggio?

Uscire da un personaggio, per un attore, è inevitabile. Ogni personaggio in cui ti immergi inizia, ha un suo sviluppo e poi finisce. Si porta dietro emozioni e ti lascia dentro sempre qualcosa, soprattutto il personaggio di Gigio. Ma poi è fondamentale e giusto che il cammino del personaggio si concluda.

un Grazie ad Andrea per la sua gentilezza e disponibilità e un saluto a voi tutti che leggete questo blog. Vi aspetto lunedì con un nuovo post e, prossimamente, per l’analisi psicologica di una nuova opera (cinematografica? letteraria? chissà….). A presto.

 

RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “”SI PUO’ FARE”

Dopo le riflessioni sul film “Forrest Gump” continuano gli articoli per la rubrica “psy-arte”: oggi vorrei proporvi la recensione di un film al quale sono particolarmente affezionata, essendo stato l’oggetto della mia tesi di Laurea sulle cooperative sociali e la malattia mentale.

Sto parlando della pellicola “Si può fare”, opera cinematografica uscita nelle sale nel 2008, diretta da Giulio Manfredonia ed interpretata da bravissimi attori italiani, tra cui Andrea Bosca, Anita Caprioli e Claudio Bisio.  (cliccando QUI potrete vedere il trailer del film)

Continua a leggere “RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “”SI PUO’ FARE””

RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “FORREST GUMP”

Oggi inizia la nuova rubrica “PSY-ARTE” e ho deciso di inaugurare questo nuovo spazio parlando di un film che mi è rimasto nel cuore per il suo bellissimo messaggio e per l’intensa interpretazione e caratterizzazione che i bravissimi attori hanno saputo dare ai propri personaggi.

Sto parlando di Forrest Gump, opera cinematografica diretta da Robert Zemekis e interpretato da Tom Hanks, uscito nelle sale nel 1994.

Continua a leggere “RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “FORREST GUMP””