Autismo: deficit nelle interazioni sociali

Eccoci di nuovo insieme per continuare l’approfondimento sulla patologia autistica. La settimana scorsa abbiamo iniziato a parlare dell’autismo e dei criteri per stabilirlo; questo lunedì per comodità divideremo in due parti  l’approfondimento del primo criterio che stabilisce la presenza del Disturbo dello spettro autistico: Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale. Questo criterio comprende sia l’aspetto delle difficoltà sociali e relazionali che quelle legate allo sviluppo del linguaggio e delle corrette modalità di comunicazione. Nello specifico, oggi parliamo del deficit nell’interazione sociale.

DEFICIT NELL’INTERAZIONE SOCIALE

Anche quando sono piccoli, alcuni bambini autistici non sollevano le braccia o non cambiano posizione nell’anticipare l’essere presi in braccio. Certi si lasciano coccolare, altri invece si irrigidiscono; spesso non sorridono o non guardano quando si rapportano con gli altri. Lo sguardo diretto è usato solo per brevi momenti e solitamente non viene utilizzato per dirigere l’attenzione verso oggetti di interesse. Altre volte vengono usati sguardi diretti inappropriati: i bambini ad esempio possono girare la testa di qualcun altro per essere guardati negli occhi. I familiari, così come le persone estranee, sono spesso ignorate in un’estrema chiusura autistica, anche se alcuni bambini realizzano veri approcci sociali, in cui comunque le modalità di conversazione o la modulazione del contatto visivo sono di solito qualitativamente inferiori alla norma. All’estremo opposto vi sono invece casi di approcci indiscriminati anche agli estranei (ad esempio i bambini possono essere incoscienti delle barriere psicologiche o essere descritti come soggetti che continuamente ed in modo inappropriato si mettono al centro dell’attenzione).

Nei rapporti con i coetanei, si evidenzia un’incapacità a sviluppare relazioni adeguate al livello di sviluppo del bambino. Si nota così una mancanza di interesse, o addirittura apparente mancanza di coscienza, per i loro pari o per gli adulti. Un bambino autistico può volere amici, ma solitamente non capisce il concetto della reciprocità e della condivisione di interessi ed idee che riguardano l’amicizia.

Manca in questi soggetti una ricerca spontanea di condivisione  e reciprocità di sentimenti con altre persone. Si tratta di soggetti che si isolano, non mostrano interesse verso gli altri bambini o per gli adulti e tendono a giocare lontano dagli altri. Alcuni coinvolgono altre persone in giochi strutturati e spesso ripetitivi, ma sembrano “assistere” al gioco, senza ascoltare alcun suggerimento o assumono un ruolo passivo nei giochi degli altri, seguendo le direttive altrui e mancando totalmente di iniziativa personale. Spesso non indicano cose o non usano il contatto visivo per condividere il piacere di guardare qualcosa con un’altra persona, né richiamano l’attenzione su oggetti di proprio interesse, non usano insomma quella che è chiamata ATTENZIONE CONDIVISA.

Un’altra peculiarità del disturbo autistico è costituita dalla difficoltà nel capire le regole sociali, in quanto non fissate una volta per tutte, ma diverse a seconda delle situazioni che ci si trova a vivere. A questo proposito Therese Joliffe, una giovane autistica  ad “alta funzionalità”, molto dotata, scrive:

“Trovo molto difficile capire le situazioni sociali e posso superare tale problema solo se ogni minimo passo, regola o idea mi vengono scritti e numerati in sequenza…ma anche in questo modo non ha alcuna garanzia di sapere sempre come, quando e dove applicare le regole, perchè il contesto sempre diverso da quello in cui le ho imparate mi confonde…La vita è sconcertante, una confusa interazione tra una massa di persone, fatti, cose e luoghi senza alcun confine. La vita sociale è difficile perché non mi sembra seguire uno schema. Quando mi sembra di aver cominciato a capire un’idea, se le circostanze cambiano anche solo leggermente, all’improvviso quell’idea non sembra più seguire lo stesso modello. Mi sembra che ci sia sempre troppo da imparare.”

Per gli autistici riconoscere i sentimenti degli altri e i loro è molto difficile; risulta estremamente complicato superare il livello letterale ed andare oltre le percezioni. Mentre gli altri bambini tendono a muoversi dall’astratto verso i dettagli e lo specifico, per gli autistici è diverso: la realtà, il dettaglio specifico li interessa di più (questa attenzione focalizzata è chiamata “iperselettività dello stimolo”) e non sono in grado di esaminare il mondo per similitudini e differenze, né sono in grado di raggruppare le loro percezioni. Spesso hanno difficoltà nell’interpretare il tono della voce o le espressioni del viso e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui nei propri confronti e dell’impatto negativo del proprio comportamento sugli altri.

Si può descrivere il disturbo sociale dell’autismo come mancanza di empatia: il bambino è indifferente nei confronti dei problemi degli altri, non sa né fornire né ricevere conforto per se stesso.

Tuttavia questi bambini non possono essere considerati neutri dal punto di vista affettivo ed emozionale. Essi sono in grado di esprimere sentimenti (le risatine e gli attacchi d’ira sono prove sufficienti), anche se questi raramente sono adattati al contesto sociale nel quale vengono espressi. In particolare gli autistici presentano reazioni emozionali particolari, con stati estremi di felicità, ira, disagio etc…   Si è spesso notato che le persone autistiche non provano alcun senso di vergogna, colpa o modestia. Dato che risulta loro molto difficile comprendere i diversi tabù sociali, questi soggetti tendono a tenere lo stesso comportamento sia in pubblico che in privato.

Tuttavia, alcuni dei comportamenti anormali che si riscontrano negli individui autistici, potrebbero essere considerate non tanto come disturbi, bensì come qualità apprezzabili e positive. Gli autistici sono persone innocenti, franche ed oneste; non sono capaci di ingannare o fare colpo sugli altri; non sono manipolatori, né hanno un forte senso del possesso, per cui sono generosi e donano volentieri agli altri. L’autistico non si sa immedesimare con gli altri, ma neppure gode delle loro sfortune. Anzi, spesso è profondamente colpito dalla sofferenza altrui e mostra una giusta indignazione.

Tutte queste qualità delle persone autistiche compaiono nei romanzi e nelle leggende fin dai tempi antichi e c’è il pericolo che vengano dimenticate quando si parla del profondo disturbo sociale che le affligge. Al contrario, le caratteristiche positive e affettuose sono caratteristiche importanti, che vanno considerate accanto agli aspetti negativi del comportamento, così da avere una visione globale della natura dell’handicap.

Vi aspetto il prossimo giovedì per affrontare la seconda parte del criterio, ovvero quello legato alle difficoltà di comunicazione.

L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO

“Era così carina: occhi color nocciola con lunghe ciglia arricciate e sopracciglia finemente sottili, riccioli biondo chiaro e una dolce espressione sognante; speravo che alla fine tutto sarebbe andato bene e che fosse solo partita un po’ lentamente.”.

Questo brano, tratto da una lettera di una madre, indica il primo dei molti enigmi del disturbo denominato “Autismo infantile”. La cosa più sorprendente è la tipica immagine del bambino autistico. Bambini affetti da altri seri disturbi appaiono handicappati, mentre al contrario in molti casi l’autistico colpisce chi lo osserva per la sua bellezza incantevole, un po’ da altro mondo. Si tratta infatti solitamente di soggetti con una fisionomia normale, che fa supporre un’intelligenza adeguata; non evidenziano apparenti patologie fisiche e, in genere, godono di un’ottima salute. È difficile immaginare che dietro quell’immagine da bambola si celi un disturbo sottile ma devastante, crudele tanto per il bambino quanto per la sua famiglia. Continua a leggere “L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO”

I MIGLIORI SUGGERIMENTI PER I PAPA’: COME ESSERE COINVOLTI IN FAMIGLIA

Buongiorno a tutti! oggi parliamo dei papà con la traduzione di un articolo americano che ci dà utili spunti per rivalutare questa figura troppo spesso messa da parte ed imparare alcuni trucchi per favorire il loro coinvolgimento negli “affari di famiglia”. Ecco il link all’articolo originale. Buona lettura!

Come papà, potreste accorgervi che è necessario fare uno sforzo deliberato per trascorrere del  tempo con la vostra famiglia. Se non state a casa con i bambini durante la settimana, potreste avere la sensazione di perdervi qualcosa di importante.

Un papà impegnato che partecipa alla vita della sua famiglia contribuisce a rendere il nucleo familiare più forte e, secondo molti studi e fonti, la partecipazione di un padre può rendere più felici e sani i bambini, che andranno meglio a scuola e saranno più adeguati nelle relazioni sociali.

Quindi, cosa deve fare un papà? Ecco alcuni suggerimenti per diventare più partecipe della vita in famiglia

Chiedere

Sia i papà che le mamme tendono a pensare alla figura femminile come la più importante nelle questioni di famiglia, e si organizzano per questo gruppi di genitori spesso unicamente formati da mamme.. Ma se ai papà viene semplicemente chiesto di partecipare, questa concezione può cambiare. Quando qualcuno a scuola chiede la partecipazione dei papà, ecco che loro cominciano a rendersi conto che sono necessari. Non sempre gli uomini capiscono la loro utilità nelle questioni della famiglia, quindi in questo caso la soluzione migliore è chiedere loro direttamente di partecipare.

Dare loro un compito

Partecipare ad incontri senza un particolare obiettivo o scopo tende a non dare una giusta motivazione ai padri. Ma avere un compito specifico da raggiungere o un lavoro da portare a termine può favorire il coinvogimento dei papà. Provate a dare al papà qualcosa di specifico da fare, ad esempio un progetto per sistemare la casa, che includa la partecipazione dei bambini. Ad esempio, dipingere una porta o uno steccato del giardino può essere un buon progetto familiare nel fine settimana, così come aiutare in un progetto di scienze.

La giusta mentalità

A volte, per entrare in una giusta attitudine mentale è utile semplicemente trascorrere del tempo con la vostra famiglia. Per esempio, si potrebbe iniziare a pianificare di trascorrere del tempo con la famiglia, anxichè aspettare che che accada. Magari i fine settimana (o un giorno della settimana) può essere destinato ad essere “il tempo per la famiglia”, per poi organizzare le altre attività di conseguenza. Le serate oppure il vostro tempo libero dal lavoro possono essere dedicate ad attività di famiglia, almeno in parte.

Cercare nuove opportunità

Nel corso della giornata e della settimana, probabilmente verrete a conoscenza di  progetti scolastici, eventi, feste imminenti, e così via. Pensate a dei modi per essere coinvolti in  un evento, che si tratti di aiutare con un progetto, dell’incontro con un insegnante, o di andare con  i vostri figli a fare shopping per comprare qualche regalo.

Non dovete essere perfetti

A volte, papà possono sentirsi in una posizione scomoda o essere incerti circa il loro coinvolgimento nelle attività della famiglia, e tendono a delegare o a guardare da lontano. Ma nessuno è perfetto, e, alla fine, i vostri bambini potranno beneficiare della vostra “imperfetta” interazione con loro e sarà sempre meglio che non avervi affatto al loro fianco. Va bene fare degli errori!

AUTISMO: “…E DOPO DI NOI?”

Da pochi giorni, il 2 aprile, è stata la Giornata Mondiale dell’autismo.

La sindrome autistica rientra nell’ambito delle psicosi infantili ed è classificata come un disturbo pervasivo (generalizzato) dello sviluppo caratterizzato da gravi alterazioni del comportamento, della comunicazione e dell’interazione sociale.Questa patologia compromette il funzionamento del cervello, si manifesta nei primi tre anni di vita del bambino e dura tutta la vita. Si tratta di un disturbo invalidante non solo per il soggetto che ne è colpito, ma che porta pesanti ricadute anche sulle famiglie che, loro malgrado, si trovano a fronteggiarla quotidianamente.  Occorre liberarci dalle edulcorazioni che molti film o racconti ci mostrano rispetto all’autismo, dipingendo la malattia in maniera spesso errata ed eccessivamente semplicistica. I casi in cui i soggetti sono autonomi, in grado di vivere una vita pressoché normale o, addirittura, con competenze al di fuori della norma e “geniali” sono, purtroppo, un esigua minoranza. In realtà, nella maggior parte dei casi, il bambino (e adulto) autistico è a tutti gli effetti un disabile grave o gravissimo.

Risulta inevitabile, allora, riflettere sull’enorme carico di stress e malessere psicologico che si riversa inevitabilmente su famiglie che si trovano a combattere quotidianamente una sotterranea guerra con un mostro invisibile e subdolo.

Sì, perché l’autismo non si abbatte unicamente contro chi ne è colpito, ma è una malattia che coinvolge (e stravolge) l’intero nucleo famigliare: genitori, fratelli, nonni, zii. Ed è sicuramente una vera e propria guerra, senza pace né sosta, un lavoro non stop, 24 su 24. Il bambino autistico assorbe la vita di chi gli sta accanto, richiedendo cure ed attenzioni costanti: non esistono vacanze, uscite, domeniche. La stessa scansione giorno/notte è spesso stravolta. Occorre essere attenti ad ogni aspetto della vita quotidiana che potrebbe compromettere l’incolumità del soggetto autistico (nascondere oggetti pericolosi, stare costantemente attenti a porte e finestre…). A tutto ciò si aggiunge spesso un progressivo allontanamento degli amici (“..siamo seri, come si fa ad uscire in pizzeria se all’improvviso il bambino può avere una delle sue crisi?”).

La situazione arriva a peggiorare, se possibile, al compimento dei 18 anni di età, quando il giovane autistico si trova ad essere trattato come un disabile generico (troppo grande per il neuropsichiatra infantile, con una disabilità troppo particolare e contorta per gli stessi professionisti del settore). Gli sforzi fatti in età infantile, i progressi e le abilità acquisite rischiano allora di venire spazzati via dalla mancanza di un chiaro riferimento di servizi e di specialisti in grado di gestire questi ragazzi in modo adeguato.                                         Questo vuoto “istituzionale” produce un carico assistenziale eccessivo che grava quasi interamente sulle famiglie, sempre più schiacciate sotto il peso della malattia e a volte costrette addirittura a ricorrere a massicce dosi di farmaci per riuscire a tenere sotto controllo il comportamento dei propri figli. Gli stessi figli che, seppur cresciuti, rimangono “bambini” bisognosi di cure mentre parallelamente le forze dei genitori vanno progressivamente scemando con l’avanzare dell’età. L’esperienza mi ha portato a dire che sia proprio questo il timore più forte dei familiari di un soggetto autistico: la perdita di energie e risorse a causa dell’inevitabile invecchiamento (che dovrebbe portare come conseguenza all’essere sempre più sgravati da pensieri e responsabilità) si scontra con la drammatica consapevolezza di non essere tutelati e doversela “cavare da soli”. Quante volte sentiamo dire a madri e padri: “Spero che il mio ragazzo muoia poche ore o giorni prima di me”? una frase sicuramente terribile ma che fa comprendere in modo brutale quanto queste famiglie si sentano abbandonate e si pongano tutti i giorni la domanda riguardo la futura sorte del proprio parente una volta rimasto solo.

Occorre garantire ai soggetti autistici ed ai loro cari una quotidianità che, pur tra le evidenti difficoltà, sia il più possibile semplice e serena. Un grande riconoscimento va dato a tutte quelle associazioni di genitori che, rimboccandosi ogni giorno le maniche, si prodigano da sempre per sollecitare il mondo politico e la società allo scopo di garantire ai propri figli il giusto riconoscimento come esseri umani dotati di dignità.

Sono necessari supporti economici alle famiglie colpite dall’autismo, diagnosi specifiche fatte da personale altamente qualificato e formato, politiche adeguate e centri terapeutici, nonché un costante movimento culturale per diffondere le conoscenze su questa malattia, promuovere incontri, corsi di formazione ed aggiornamento, supporto psicologico ai famigliari ed agli amici dei soggetti autistici.

Per definirci davvero un popolo civile non possiamo ignorare le problematiche che la patologia autistica porta nella vita di tante persone: dobbiamo permettere a ciascun genitore il diritto – dovere di creare un futuro dignitoso ai propri figli, pur se disabili.

nuova collaborazione e nuovo articolo!

buongiorno a tutti i miei lettori…oggi anticipiamo di un giorno il consueto appuntamento del giovedì perchè ho un annuncio da fare: ho voluto aspettare la prima pubblicazione del mio articolo per farvi sapere che da qualche tempo ho iniziato una nuova collaborazione con il sito Emergenza Borderline, che si occupa della sensibilizzazione su questo importante disturbo. Da oggi potrete trovare alcuni miei articoli sul loro blog (vi invito a visitare il sito di Federica e delle sue amiche, è davvero ben fatto ed interessante).

ecco quindi il link al mio primo articolo, in cui affrontiamo il tema del TEMPERAMENTO NEL BAMBINO. Buona lettura!

 

 

COSA FARE SE…SI METTE IL DITO IN BOCCA

Simone, 10 anni, è un bambino socievole e simpatico. Va molto bene a scuola, ha tanti amici ed i genitori lo descrivono come ubbidiente e tranquillo. E’ da poco diventato fratello maggiore di Stefania e sembra aver preso questo incarico con molta responsabilità. Adora la sorellina e la coccola in continuazione. Tutto perfetto…se non per un problema che Simone non ha mai superato: sin da piccolo, infatti, ha il vizio di mettersi il pollice in bocca.  Compie questo gesto soprattutto quando è stanco, la sera sul divano mentre guarda la tv, quando è malato o particolarmente nervoso o arrabbiato. Ormai è grande e i genitori non sanno più che fare per far perdere a Simone questa brutta abitudine: “Le abbiamo provate proprio tutte!” mi dicono “lo abbiamo fatto ragionare, gli abbiamo spiegato con calma che ormai non è più un bambino piccolo, lui diceva di sì ma poi lo rifaceva. Allora ci siamo arrabbiati, lo abbiamo sgridato e qualche volta lo abbiamo minacciato di dargli qualche punizione, ma il risultato è stato che scoppiava a piangere disperato e non toglieva più il dito dalla bocca. Gli abbiamo detto di guardare gli altri bambini, che loro alla sua età non avevano bisogno del dito in bocca e a quel punto si è arrabbiato ed è scappato in camera sua…non sappiamo più come fare!!”.

LA PREOCCUPAZIONE:

Perché alcuni bambini hanno delle cattive abitudini che non riescono ad eliminare? Quando è giusto interrompere questi vizi e qual è il modo migliore per riuscirci? Cosa nasconde il bisogno di tenere il dito in bocca per un bambino come Simone?

Continua a leggere “COSA FARE SE…SI METTE IL DITO IN BOCCA”

INFOGRAFICA: REAZIONI DELLA COPPIA DI FRONTE ALLA SEPARAZIONE

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QUANDO MAMMA E PAPA’ SI SEPARANO

La separazione di una coppia è un momento molto delicato e doloroso, che porta profonde ferite negli adulti e in special modo nei figli, che vedono crollare la loro famiglia e messi in dubbio i più profondi affetti e legami.

COME REAGISCE IL BAMBINO?

A seconda delle età si possono riscontrare diverse reazioni e spiegazioni da parte dei bambini: i più piccoli, di 3-4 anni hanno di solito la convinzione magica di essere responsabili di quanto accade intorno a loro e saranno quindi portati ad interpretare l’allontamento di uno dei due genitori come il risultato di qualcosa di cattivo che hanno fatto: non vedere più la mamma o il papà verrà letto come “non mi vuole più bene”. È fondamentale allora rassicurare il bambino, sottolineando che l’amore dei genitori per lui non cambia anche se la relazione come coppia è terminata.

Verso i 6 anni  il bambino di solito pensa di essere la causa dei litigi tra mamma e papà, che hanno poi portato alla separazione. Anche in questo caso occorre sottolineare come  la decisione di lasciarsi sia stata presa dagli adulti ed assolutamente non per un comportamento del loro bambino.

COME COMUNICARE LA NOTIZIA CHE MAMMA E PAPA’ SI SEPARANO?

La separazione spesso porta con sè rancori, accuse e dolorosi scontri all’interno della coppia. È importante che i genitori siano in grado di mettere da parte recriminazioni e rabbia nell’ottica di tutelare il benessere dei propri figli. Ecco alcune cose da ricordare:

Siate sinceri: i bambini sono molto sensibili e capiscono tutte le sfumature emotive sin da piccolissimi. È molto più dannosa una situazione di ambiguità, in cui il bambino non capisce la reale situazione in casa, che l’ammettere serenamente che i genitori non possono più vivere sotto lo stesso tetto perché non vanno d’accordo;

– Cercate di comunicare insieme la vostra decisione ai figli: delegare a un solo genitore la responsabilità di parlarne sarebbe scorretto e rischierebbe di farlo passare come il “genitore cattivo”. La notizia va data in modo il più possibile sereno, in un momento calmo e in un ambiente tranquillo e va sottolineato come sia il frutto di una decisione comune.  Occorre rassicurare il bambino, abbracciarlo e farlo sentire amato e protetto;

– Sei figli sono due e magari di età diverse si può parlare tutti insieme e poi, se necessario, dare del tempo ad ogni singolo bambino per fare domande, chiarire ciò che non ha capito, essere abbracciato e coccolato;

– Spiegate ai vostri figli che, pur cessando di essere coppia, non si smette mai di essere genitori e che l’amore per loro non potrà mai cambiare. Anche se mamma e papà non vivranno nella stessa casa si impegneranno entrambi per essere presenti nella vita del loro bambino. Trasmettete il messaggio che il bambino è stato il frutto dell’amore dei suoi genitori, che anche se adesso non vanno d’accordo lo hanno profondamente voluto e lo ameranno incondizionatamente e per sempre

– Spiegate in modo chiaro e adeguato all’età del bambino i cambiamenti concreti che la separazione porterà nella loro routine giornaliera (come sarà a giornata tipo a casa di papà? Potrò portare i miei giochi? Chi mi porterà a calcio? Chi verrà a prendermi a scuola?). Sarebbe consigliabile cercare di mantenere quanto più possibile inalterate le abitudini del bambino, specie se molto piccolo (orari, rituali…)

Siate chiari nel messaggio che mamma e papà non torneranno insieme: ogni bambino cercherà in ogni modo (attraverso capricci, reazioni di rabbia ed opposizione verso l’uno o l’altro genitore, stati d’ansia e pianti) di ricomporre l’unità genitoriale e tenere unita la sua famiglia. I bambini non vanno mai presi in giro e occorre sempre essere onesti con loro. Accogliete il loro disagio e la loro disperazione e cogliete i momenti in cui vorranno parlare delle loro emozioni;

Non  screditate mai il partner agli occhi del figlio: risolvete i conflitti in sede privata, senza farvi vedere o ascoltare dal bambino e mettendo sempre davanti a tutto il suo benessere. La cosa peggiore che potete fare è mettere il bambino nella situazione di prendere le parti di uno o dell’altro. Ricordate che

anche se la coppia cessa di esistere, si è genitori per sempre. 

La separazione è certamente un momento doloroso, ma ricordiamoci che i bambini hanno in sé risorse incredibili che permettono loro di affrontare anche le prove più difficili. Affetto, pazienza e collaborazione (per quanto possibile) tra i partner sono gli ingredienti per rendere questo difficile momento un po’ meno duro per i nostri bambini.

INFOGRAFICA: LA LETTURA AI BAMBINI IN ETA’ PRESCOLARE

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PILLOLE DI PSICOLOGIA: RESILIENZA E LAVORO

Negli articoli delle scorse settimane abbiamo parlato della resilienza e della sua correlazione con il pensiero positivo e l’autostima. Oggi, in questa breve pillola, vorrei estendere il concetto di resilienza anche all’ambito lavorativo. Quanto detto negli articoli precedenti, infatti si può applicare anche al contesto di lavoro, contribuendo a migliorarne il clima (relazioni con colleghi, lavoro in team, leadeship…) ed i risultati (prestazioni, obiettivi raggiunti, definizione di un piano di azione…).

Cosa intendiamo esattamente con il termine “resilienza organizzativa”?

La resilienza organizzativa mira ad una gestione efficace delle situazioni avverse che si verificano nel lavoro, allo scopo di trasformarle in opportunità. Lo scopo principale consiste nell’imparare a sviluppare competenze organizzative:

 – di fronte ai cambiamenti (change management)

– Di fronte a diversi tipi di stressor (risk management)

La resilienza organizzativa può essere intesa partendo da due punti di vista: essa può essere intesa come CAPACITA’ DI RIMBALZO , ovvero come abilità a ritornare ad una situazione di omeostasi dopo eventi inattesi o stressor. In questo caso si pone l’enfasi sulle strategie di coping x recuperare i livelli di performance precedenti.

Una seconda accezione la vede come un’occasione per sviluppare nuove capacità nel team di lavoro e dar vita a nuove opportunità. Le sfide e i cambiamenti sono visti, allora, come mezzi per migliorare le prestazioni già esistenti.

ECCO ALCUNI SPUNTI X SVILUPPARE LA RESILIENZA ORGANIZZATIVA:

  • Informatevi sul vostro contesto lavorativo: prendere coscienza della propria realtà permette di essere più pronti ad anticipare eventuali problemi o riconoscere la direzione in cui muoversi;
  • Riflettete sui modi in cui sono stati superati i problemi e le avversità in passato (narrazione di storie di resilienza) e rendetene partecipi i vostri collaboratori;
  • Incoraggiate e premiate l’innovazione e il problem solving creativo: sostenete pensieri e idee non convenzionali e permettete a ciascun collaboratore di esprimere le proprie opinioni;
  • Mantenete un focus esterno. Di fronte a periodi di crisi è alto il rischio di chiudersi all’interno della propria organizzazione senza aprirsi al mondo e ad altre esperienze aziendali e lavorative. In un mercato caratterizzato da continue sfide e cambiamenti è invece indispensabile cercare un continuo confronto con le altre realtà che ci circondano.