PILLOLA DI PSY: L’INSERIMENTO ALL’ASILO

pillola di psy 11 settembre 2017

bentornati sul blog!

Le vacanze sono purtroppo finite (almeno per me!) e con il rientro riprende anche la consueta attività del blog genitorifelici. Si ricomincia con nuovi articoli, contenuti e video interessanti sul mondo della genitorialità e del bambino. Inauguriamo l’inizio del mese di settembre  con una colorata infografica per dare qualche spunto di riflessione ai genitori che si ritrovano a vivere l’emozionante momento dell’ingresso in una nuova scuola da parte dei propri figli.

Come affrontare al meglio il primo giorno di scuola? Che emozioni accompagnano la mente del bambino? Come possiamo noi genitori aiutare in questo delicato passaggio?

INFOGRAFICA il primo giorno di scuola

Autismo: stereotipie ed interessi ristretti (seconda parte)

Buongiorno a tutti e ben ritrovati sul blog genitorifelici. Oggi concludiamo l’articolo iniziato lunedì scorso, approfondendo il particolare rapporto che molti autistici hanno con il mondo dei 5 sensi e parlando di come questa patologia influenza la capacità intellettiva. Potete trovare gli altri approfondimenti relativi a questa tematica cliccando QUI, QUI e QUI

Molti individui autistici sembrano soffrire di un’alterazione di uno o più sensi, che quindi può coinvolgere il sistema uditivo, visuale, tattile, gustativo, vestibolare, olfattivo. La percezione sensoriale può essere ipersensibile, iposensibile o può provocare al soggetto interferenze (ad esempio il “tinnitus”, un ronzio o campanellio persistente alle orecchie). Come conseguenza, per gli individui autistici può essere difficile elaborare correttamente l’informazione sensoriale e sopportare stimoli normali.  Ecco perchè a volte alcuni autistici sono sulla difensiva dal punto di vista tattile ed evitano tutte le forme di contatto corporeo. Altri hanno poca o nessuna sensibilità al dolore, o ancora amano una forte pressione corporea. Le attività di esplorazione degli oggetti e le buone abilità manuali dei bambini autistici suggeriscono che la loro sensibilità aptica (ovvero quella che riguarda la capacità percettiva delle dita delle mani) sia buona, e forse addirittura superiore alla norma.

Vi è poi l’ipersensibilità uditiva: circa il 40% degli autistici sono in forte disagio quando esposti a certi suoni o frequenze. Spesso si coprono le orecchie o si infuriano dopo aver udito il pianto di un bambino o il suono di un motore. In contrasto, a volte sembrano non rispondere ai suoni. In alcuni casi il bambino, dopo aver ignorato rumori molto forti, si gira per localizzare la fonte di un rumore lieve che ha attratto la sua attenzione.

Riguardo alla percezione visiva, in alcuni bambini con autismo è stato riscontrato un comportamento peculiare, le cui cause non sono ancora state chiarite, che consiste nel guardare gli oggetti “obliquamente” anziché frontalmente.

Questo insieme di situazioni deficitarie è confermato anche nelle autodescrizioni di persone autistiche in grado di descrivere le proprie sensazioni (che sono purtroppo un’assoluta minoranza). Così scrive Temple Grandin relativamente alla percezione uditiva:

“… per me udire è come avere un amplificatore bloccato al massimo. Le mie orecchie sono come microfoni che captano ed amplificano i suoni… non riesco a modulare la stimolazione uditiva. Ho scoperto che potevo interrompere i rumori fastidiosi dedicandomi a comportamenti autistici, stereotipati e ritmati…”[1].

La stessa autrice evidenzia con efficacia anche i suoi problemi nella percezione tattile:

“ Io indietreggiavo quando gli altri cercavano di abbracciarmi, perché il contatto provocava l’irrompere penoso di un maremoto di stimolazioni attraverso il mio corpo …a farmi evitare l’abbraccio era la sovrastimolazione sensoriale, non la collera o la paura. Lievi pruriti o sfregamenti erano per me una tortura. Una gonna che mi grattasse la pelle mi sembrava carta vetrata che mi scorticava…era un problema anche adattarmi agli abiti nuovi.”.

Gunilla Gerland sottolinea nella sua autobiografia  come da bambina le sensazioni che provenivano dal suo corpo fossero particolari e difficilmente controllabili:

“la superficie dei miei denti era incredibilmente sensibile e, se anche solo veniva sfiorata, potevo sentire come una scossa elettrica… Il mio cervello percepiva solo informazioni confuse dal resto del corpo ed io dovevo utilizzare la vista per capire bene cosa stesse succedendo. Tanto più una parte del mio corpo era lontana dal cervello, tanto più le sensazioni erano indistinte…la pianta del piede era l’unico punto dove io potessi tollerare un contatto, che poteva anche arrivare a farmi piacere, proprio per il fatto di essere tanto vago…”[2].

Oltre alle problematiche connesse alle diverse vie sensoriali, Donna Williams segnala anche una difficoltà nell’integrazione delle diverse sensazioni:

“la maggior parte delle persone può elaborare informazioni in modo efficiente e continuativo, attraverso più di un canale sensoriale contemporaneamente… quando si sintonizzano sul significato di ciò che stanno ascoltando, continuano a capire il significato di ciò che vedono e sentono emotivamente e fisicamente… Le persone autistiche possono invece funzionare in “mono”: per queste persone…l’elaborare il senso di ciò che stanno ascoltando mentre qualcuno li tocca, può significare non avere alcuna idea di dove siano toccati o di cosa pensino o sentano in quel momento.”[3].

Circa il quoziente intellettivo, emergono situazioni diverse, con profili particolari e disomogenei. In alcuni casi di autismo si ha l’impressione di una buona intelligenza , mentre in molti altri esiste un evidente difetto intellettivo. Un aspetto della patologia autistica che merita attenzione è poi costituito dal fatto che

nonostante un’intelligenza generalmente bassa, è possibile in alcuni individui una prestazione sorprendentemente alta (spesso superiore rispetto alle persone intellettivamente dotate) in certe abilità isolate, che rende questi soggetti dei veri “Idiots savants”.

Spesso il comportamento dei bambini affetti da autismo rivela delle capacità fuori dall’ordinario, talvolta persino dei talenti rari.  Questo è uno dei più sconcertanti temi della psichiatria infantile. Già Kanner aveva coniato il termine “isolotti di capacità” affermando che:

“il sorprendente vocabolario dei bambini che parlano, l’eccellente memoria per eventi accaduti anni prima, la fenomenale memoria meccanica per le poesie e i nomi e il preciso ricordo di figure e sequenze complesse sono l’indizio di una buona intelligenza.”.

Le competenze che si manifestano nella sindrome del savant si esprimono in  abilità prevalentemente non simboliche, artistiche, visive e motorie, con particolari capacità di memorizzazione e apprendimento, ad esempio riguardo ad argomenti sui quali è focalizzato l’interesse del bambino. La memoria è profonda, focalizzata e basata sulla recitazione abituale, ma non comporta la comprensione di ciò che viene detto. I casi di “idiots savants” sono comunque estremamente rari.

[1] Grandin, T, (1984). My experiences as an autistic child and rewiew of related literature. In <<Journal of orthomolecular psychiatry>>, 50, pp. 441 – 8

[2] Gerland, G.(1999). Una persona vera. Diario di una giovane autistica. Phoenix, Roma

[3] Williams, D.(1998). Il mio e il loro autismo. Armando ed, Roma

L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO

“Era così carina: occhi color nocciola con lunghe ciglia arricciate e sopracciglia finemente sottili, riccioli biondo chiaro e una dolce espressione sognante; speravo che alla fine tutto sarebbe andato bene e che fosse solo partita un po’ lentamente.”.

Questo brano, tratto da una lettera di una madre, indica il primo dei molti enigmi del disturbo denominato “Autismo infantile”. La cosa più sorprendente è la tipica immagine del bambino autistico. Bambini affetti da altri seri disturbi appaiono handicappati, mentre al contrario in molti casi l’autistico colpisce chi lo osserva per la sua bellezza incantevole, un po’ da altro mondo. Si tratta infatti solitamente di soggetti con una fisionomia normale, che fa supporre un’intelligenza adeguata; non evidenziano apparenti patologie fisiche e, in genere, godono di un’ottima salute. È difficile immaginare che dietro quell’immagine da bambola si celi un disturbo sottile ma devastante, crudele tanto per il bambino quanto per la sua famiglia. Continua a leggere “L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO”

AUTISMO: “…E DOPO DI NOI?”

Da pochi giorni, il 2 aprile, è stata la Giornata Mondiale dell’autismo.

La sindrome autistica rientra nell’ambito delle psicosi infantili ed è classificata come un disturbo pervasivo (generalizzato) dello sviluppo caratterizzato da gravi alterazioni del comportamento, della comunicazione e dell’interazione sociale.Questa patologia compromette il funzionamento del cervello, si manifesta nei primi tre anni di vita del bambino e dura tutta la vita. Si tratta di un disturbo invalidante non solo per il soggetto che ne è colpito, ma che porta pesanti ricadute anche sulle famiglie che, loro malgrado, si trovano a fronteggiarla quotidianamente.  Occorre liberarci dalle edulcorazioni che molti film o racconti ci mostrano rispetto all’autismo, dipingendo la malattia in maniera spesso errata ed eccessivamente semplicistica. I casi in cui i soggetti sono autonomi, in grado di vivere una vita pressoché normale o, addirittura, con competenze al di fuori della norma e “geniali” sono, purtroppo, un esigua minoranza. In realtà, nella maggior parte dei casi, il bambino (e adulto) autistico è a tutti gli effetti un disabile grave o gravissimo.

Risulta inevitabile, allora, riflettere sull’enorme carico di stress e malessere psicologico che si riversa inevitabilmente su famiglie che si trovano a combattere quotidianamente una sotterranea guerra con un mostro invisibile e subdolo.

Sì, perché l’autismo non si abbatte unicamente contro chi ne è colpito, ma è una malattia che coinvolge (e stravolge) l’intero nucleo famigliare: genitori, fratelli, nonni, zii. Ed è sicuramente una vera e propria guerra, senza pace né sosta, un lavoro non stop, 24 su 24. Il bambino autistico assorbe la vita di chi gli sta accanto, richiedendo cure ed attenzioni costanti: non esistono vacanze, uscite, domeniche. La stessa scansione giorno/notte è spesso stravolta. Occorre essere attenti ad ogni aspetto della vita quotidiana che potrebbe compromettere l’incolumità del soggetto autistico (nascondere oggetti pericolosi, stare costantemente attenti a porte e finestre…). A tutto ciò si aggiunge spesso un progressivo allontanamento degli amici (“..siamo seri, come si fa ad uscire in pizzeria se all’improvviso il bambino può avere una delle sue crisi?”).

La situazione arriva a peggiorare, se possibile, al compimento dei 18 anni di età, quando il giovane autistico si trova ad essere trattato come un disabile generico (troppo grande per il neuropsichiatra infantile, con una disabilità troppo particolare e contorta per gli stessi professionisti del settore). Gli sforzi fatti in età infantile, i progressi e le abilità acquisite rischiano allora di venire spazzati via dalla mancanza di un chiaro riferimento di servizi e di specialisti in grado di gestire questi ragazzi in modo adeguato.                                         Questo vuoto “istituzionale” produce un carico assistenziale eccessivo che grava quasi interamente sulle famiglie, sempre più schiacciate sotto il peso della malattia e a volte costrette addirittura a ricorrere a massicce dosi di farmaci per riuscire a tenere sotto controllo il comportamento dei propri figli. Gli stessi figli che, seppur cresciuti, rimangono “bambini” bisognosi di cure mentre parallelamente le forze dei genitori vanno progressivamente scemando con l’avanzare dell’età. L’esperienza mi ha portato a dire che sia proprio questo il timore più forte dei familiari di un soggetto autistico: la perdita di energie e risorse a causa dell’inevitabile invecchiamento (che dovrebbe portare come conseguenza all’essere sempre più sgravati da pensieri e responsabilità) si scontra con la drammatica consapevolezza di non essere tutelati e doversela “cavare da soli”. Quante volte sentiamo dire a madri e padri: “Spero che il mio ragazzo muoia poche ore o giorni prima di me”? una frase sicuramente terribile ma che fa comprendere in modo brutale quanto queste famiglie si sentano abbandonate e si pongano tutti i giorni la domanda riguardo la futura sorte del proprio parente una volta rimasto solo.

Occorre garantire ai soggetti autistici ed ai loro cari una quotidianità che, pur tra le evidenti difficoltà, sia il più possibile semplice e serena. Un grande riconoscimento va dato a tutte quelle associazioni di genitori che, rimboccandosi ogni giorno le maniche, si prodigano da sempre per sollecitare il mondo politico e la società allo scopo di garantire ai propri figli il giusto riconoscimento come esseri umani dotati di dignità.

Sono necessari supporti economici alle famiglie colpite dall’autismo, diagnosi specifiche fatte da personale altamente qualificato e formato, politiche adeguate e centri terapeutici, nonché un costante movimento culturale per diffondere le conoscenze su questa malattia, promuovere incontri, corsi di formazione ed aggiornamento, supporto psicologico ai famigliari ed agli amici dei soggetti autistici.

Per definirci davvero un popolo civile non possiamo ignorare le problematiche che la patologia autistica porta nella vita di tante persone: dobbiamo permettere a ciascun genitore il diritto – dovere di creare un futuro dignitoso ai propri figli, pur se disabili.

COSA FARE SE…SI METTE IL DITO IN BOCCA

Simone, 10 anni, è un bambino socievole e simpatico. Va molto bene a scuola, ha tanti amici ed i genitori lo descrivono come ubbidiente e tranquillo. E’ da poco diventato fratello maggiore di Stefania e sembra aver preso questo incarico con molta responsabilità. Adora la sorellina e la coccola in continuazione. Tutto perfetto…se non per un problema che Simone non ha mai superato: sin da piccolo, infatti, ha il vizio di mettersi il pollice in bocca.  Compie questo gesto soprattutto quando è stanco, la sera sul divano mentre guarda la tv, quando è malato o particolarmente nervoso o arrabbiato. Ormai è grande e i genitori non sanno più che fare per far perdere a Simone questa brutta abitudine: “Le abbiamo provate proprio tutte!” mi dicono “lo abbiamo fatto ragionare, gli abbiamo spiegato con calma che ormai non è più un bambino piccolo, lui diceva di sì ma poi lo rifaceva. Allora ci siamo arrabbiati, lo abbiamo sgridato e qualche volta lo abbiamo minacciato di dargli qualche punizione, ma il risultato è stato che scoppiava a piangere disperato e non toglieva più il dito dalla bocca. Gli abbiamo detto di guardare gli altri bambini, che loro alla sua età non avevano bisogno del dito in bocca e a quel punto si è arrabbiato ed è scappato in camera sua…non sappiamo più come fare!!”.

LA PREOCCUPAZIONE:

Perché alcuni bambini hanno delle cattive abitudini che non riescono ad eliminare? Quando è giusto interrompere questi vizi e qual è il modo migliore per riuscirci? Cosa nasconde il bisogno di tenere il dito in bocca per un bambino come Simone?

Continua a leggere “COSA FARE SE…SI METTE IL DITO IN BOCCA”

QUANDO MAMMA E PAPA’ SI SEPARANO

La separazione di una coppia è un momento molto delicato e doloroso, che porta profonde ferite negli adulti e in special modo nei figli, che vedono crollare la loro famiglia e messi in dubbio i più profondi affetti e legami.

COME REAGISCE IL BAMBINO?

A seconda delle età si possono riscontrare diverse reazioni e spiegazioni da parte dei bambini: i più piccoli, di 3-4 anni hanno di solito la convinzione magica di essere responsabili di quanto accade intorno a loro e saranno quindi portati ad interpretare l’allontamento di uno dei due genitori come il risultato di qualcosa di cattivo che hanno fatto: non vedere più la mamma o il papà verrà letto come “non mi vuole più bene”. È fondamentale allora rassicurare il bambino, sottolineando che l’amore dei genitori per lui non cambia anche se la relazione come coppia è terminata.

Verso i 6 anni  il bambino di solito pensa di essere la causa dei litigi tra mamma e papà, che hanno poi portato alla separazione. Anche in questo caso occorre sottolineare come  la decisione di lasciarsi sia stata presa dagli adulti ed assolutamente non per un comportamento del loro bambino.

COME COMUNICARE LA NOTIZIA CHE MAMMA E PAPA’ SI SEPARANO?

La separazione spesso porta con sè rancori, accuse e dolorosi scontri all’interno della coppia. È importante che i genitori siano in grado di mettere da parte recriminazioni e rabbia nell’ottica di tutelare il benessere dei propri figli. Ecco alcune cose da ricordare:

Siate sinceri: i bambini sono molto sensibili e capiscono tutte le sfumature emotive sin da piccolissimi. È molto più dannosa una situazione di ambiguità, in cui il bambino non capisce la reale situazione in casa, che l’ammettere serenamente che i genitori non possono più vivere sotto lo stesso tetto perché non vanno d’accordo;

– Cercate di comunicare insieme la vostra decisione ai figli: delegare a un solo genitore la responsabilità di parlarne sarebbe scorretto e rischierebbe di farlo passare come il “genitore cattivo”. La notizia va data in modo il più possibile sereno, in un momento calmo e in un ambiente tranquillo e va sottolineato come sia il frutto di una decisione comune.  Occorre rassicurare il bambino, abbracciarlo e farlo sentire amato e protetto;

– Sei figli sono due e magari di età diverse si può parlare tutti insieme e poi, se necessario, dare del tempo ad ogni singolo bambino per fare domande, chiarire ciò che non ha capito, essere abbracciato e coccolato;

– Spiegate ai vostri figli che, pur cessando di essere coppia, non si smette mai di essere genitori e che l’amore per loro non potrà mai cambiare. Anche se mamma e papà non vivranno nella stessa casa si impegneranno entrambi per essere presenti nella vita del loro bambino. Trasmettete il messaggio che il bambino è stato il frutto dell’amore dei suoi genitori, che anche se adesso non vanno d’accordo lo hanno profondamente voluto e lo ameranno incondizionatamente e per sempre

– Spiegate in modo chiaro e adeguato all’età del bambino i cambiamenti concreti che la separazione porterà nella loro routine giornaliera (come sarà a giornata tipo a casa di papà? Potrò portare i miei giochi? Chi mi porterà a calcio? Chi verrà a prendermi a scuola?). Sarebbe consigliabile cercare di mantenere quanto più possibile inalterate le abitudini del bambino, specie se molto piccolo (orari, rituali…)

Siate chiari nel messaggio che mamma e papà non torneranno insieme: ogni bambino cercherà in ogni modo (attraverso capricci, reazioni di rabbia ed opposizione verso l’uno o l’altro genitore, stati d’ansia e pianti) di ricomporre l’unità genitoriale e tenere unita la sua famiglia. I bambini non vanno mai presi in giro e occorre sempre essere onesti con loro. Accogliete il loro disagio e la loro disperazione e cogliete i momenti in cui vorranno parlare delle loro emozioni;

Non  screditate mai il partner agli occhi del figlio: risolvete i conflitti in sede privata, senza farvi vedere o ascoltare dal bambino e mettendo sempre davanti a tutto il suo benessere. La cosa peggiore che potete fare è mettere il bambino nella situazione di prendere le parti di uno o dell’altro. Ricordate che

anche se la coppia cessa di esistere, si è genitori per sempre. 

La separazione è certamente un momento doloroso, ma ricordiamoci che i bambini hanno in sé risorse incredibili che permettono loro di affrontare anche le prove più difficili. Affetto, pazienza e collaborazione (per quanto possibile) tra i partner sono gli ingredienti per rendere questo difficile momento un po’ meno duro per i nostri bambini.

INFOGRAFICA: LA LETTURA AI BAMBINI IN ETA’ PRESCOLARE

infografica-lettura-ai-bambini

GENITORIFELICI….ON AIR!!!

Bentrovati a tutti gli amici lettori del blog Genitorifelici. Come anticipato alcuni giorni fa sulla pagina fb del blog anche per me ormai le vacanze sono finite ed è tempo di rimettermi al lavoro e di riprendere in mano la gestione di questo spazio virtuale.

A breve ci saranno nuovi articoli e contenuti interessanti sul mondo delle mamme, dei papà e dei nostri meravigliosi bambini, ma prima vorrei raccontarvi di quello che mi è successo pochi giorni fa.

Proprio mentre ero seduta alla scrivania, col mio fedele computer e la musica di sottofondo ed ero intenta a pensare ai possibili nuovi argomenti da affrontare per il mese di settembre sul blog, ecco che d’improvviso è arrivata una telefonata inaspettata.    Ho avuto così modo di conoscere una ragazza splendida, Annalisa Colavito,  che non solo è una bravissima speaker radiofonica ma è soprattutto una bella persona, autentica e simpatica.

Annalisa mi ha chiesto di poter intervenire con una intervista durante il suo programma radiofonico “Genitorisidiventa” in onda ogni settimana su radiocusanocampus per riflettere insieme sulla tematica del gioco in infanzia ed in adolescenza. È stata una bellissima esperienza e un fantastico modo di inaugurare qui sul blog il mese di settembre ormai iniziato.

Purtroppo per ora non riesco a inserire il file audio direttamente (il formato non è supportato, cercherò in questi giorni di riuscire a convertirlo e in caso postarlo in seguito)…nel frattempo vi lascio il link da cui  è facilmente scaricabile

http://www.radiocusanocampus.it/podcast/?prog=1382&dl=9752

in alternativa potete andare direttamente sul sito www.radiocusanocampus.it nella sezione podcast – archivio podcast le trasmissioni più popolari (cliccando su genitorisidiventa – elenco podcast potrete trovare il mio intervento).

Mi piacerebbe sapere come avete trovato l’intervista, i vostri feedback mi sono utili per migliorarmi sempre di più…

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’UTILIZZO DELLA LETTURA PER AIUTARE I BAMBINI AD ELABORARE LA PERDITA DI UNA PERSONA CARA

La lettura è un potente mezzo che può aiutare a superare momenti difficili e riacquistare la fiducia nel futuro. Attraverso le storie il bambino si immedesima nei protagonisti, ne condivide problemi ed emozioni, impara strategie per fronteggiare le situazioni complicate. Ma un libro non è la soluzione, la medicina…è soltanto un mezzo ed un aiuto nelle mani dell’adulto, che può utilizzarlo come punto di partenza per poter parlare di un tema difficile come la morte. L’adulto è l’interprete di ciò che racconta la storia, che va offerta al bambino con delicatezza e attento ascolto dei suoi tempi e bisogni. Per questo:

  • La lettura deve rimanere un momento di scambio piacevole e non un modo per far parlare a tutti i costi il bambino delle sue emozioni. Non occorre forzarlo a parlare, ma bisogna rispettare i suoi tempi;
  • Occorre sempre stare attenti a come reagisce il bambino: se è turbato o si rifiuta di leggere non bisogna insistere; magari si può mettere il libro in un posto conosciuto ma diverso da quello degli altri libri in modo da dire al bambino che se cambia idea e vuole leggerlo sa dove trovarlo, ma non se lo troverà in giro per sbaglio;
  • Mentre leggiamo la storia con il bambino possiamo verbalizzare che anche noi ci siamo sentiti come il personaggio della storia quando ci è accaduto qualcosa di simile ed aspettare le sue riflessioni.

Alcuni suggerimenti di libri che affrontano il tema della morte in modo delicato:

  • Aiutare i bambini… a superare lutti e perdite : attività psicoeducative con il supporto di una favola di Margot Sunderland, Trento Erickson, 2006 (libro per adulti con allegato un fascicolo da leggere ai bambini)
  • Beniamino    di Elfi Nijssen, Eline van Lindenhuizen. – Amsterdam : ClavisCornaredo Il castello, 2010 
(dai 4 anni, per aiutare a superare la perdita di un fratellino)
  • Ho lasciato la mia anima al vento di Roxane Marie Galliez, Eric Puybaret. – San Dorligo della Valle : EMME, 2014
 (dai 5 anni in poi, anche per adulti. Un album che racconta l’addio di un nonno al suo nipotino)
  • L’anatra, la morte e il tulipano di Wolf Erlbruch, E/O  (dai 4 anni)
  • Una mamma come il vento / Jo Hoestlandt [i.e. Agnès Bertron].- Milano; motta Junior 2001 (età 5-8 anni)
  • Non è facile, piccolo scoiattolo! Ramon, Kalandraka (dai 4 anni)
  • Un papà tra le nuvole di Daniela Lucchetta trieste   EL  1998  (dai 9 anni in poi)

Libri utili per l’adulto:

  • La morte raccontata ai bambini , Bruno Ferrero, Elledici
  • Come parlare ai bambini della morte e del lutto, Maria Varano, Claudiana – Torino
  • Perché si muore? Come trovare le parole giuste: un dialogo tra figli e genitori, Earl Grollman, Red