PILLOLA DI PSY: L’INSERIMENTO ALL’ASILO

pillola di psy 11 settembre 2017

LA FRUSTRAZIONE

Buongiorno a tutti. Con settembre riprende anche la collaborazione con il sito Emergenza borderline: ecco allora un mio nuovo articolo, che potete trovare anche sulla pagina dedicata a questo disturbo (QUI il link).

LA FRUSTRAZIONE

Con il termine frustrazione in psicologia definiamo lo stato emotivo che deriva da un desiderio o da un bisogno non soddisfatto. In pratica, ci sentiamo frustrati quando desideriamo qualcosa che, a causa di ostacoli di varia natura, non possiamo ottenere. La frustrazione si presenta anche quando, una volta ottenuto il nostro obiettivo, esso non si dimostra all’altezza delle nostre aspettative.

Si tratta di una condizione psicologica che ci accompagna durante tutte le fasi di vita, sin dalla nostra nascita.

In generale possiamo dire che le cause della frustrazione sono molteplici:

  • Fattori fisici: lo stesso evento della nascita è per il bambino appena venuto al mondo fonte di profonda frustrazione, poiché si trova all’improvviso in un ambiente nuovo, apparentemente ostile, in cui si fanno pregnanti i suoi bisogni di accudimento (fame, sete, sonno, essere cambiato, temperatura, protezione…);
  • Fattori sociali: fare parte di un gruppo sociale, regolamentato da leggi e norme, spesso impedisce il soddisfacimento di alcuni bisogni e può portare a senso di frustrazione ed intolleranza verso quanto stabilito;
  • Fattori personali, più specificamente:
  1. Biologici è riguardano la condizione fisica di un organismo (statura bassa, portare gli occhiali, orecchie a sventola…). La frustrazione nasce quando l’individuo non vive in modo positivo le proprie caratteristiche;
  2. Psicologici è riguardano i tratti di personalità di un soggetto (che può, ad esempio, sentirsi a disagio in una società molto competitiva e razionale sentendosi maggiormente portato per il contatto umano e per l’emotività);
  3. Socialiè riguardano la società (ad esempio il non accettare di vivere in un determinato contesto sociale).

Ma come si manifesta la frustrazione durante le varie tappe dell’esistenza? Quali cambiamenti vi sono nel modo di reagire man mano che si cresce e si entra nell’età adulta?

INFANZIA

Come abbiamo accennato, sin dai primi attimi di vita il neonato deve fare i conti con la frustrazione. Nei primi mesi di vita l’intero mondo del bambino è dato dal rapporto con la mamma, che è continuamente chiamata a rispondere alle esigenze di nutrimento ed accudimento del suo piccolo. Nel momento in cui la madre non è in grado di soddisfare le richieste ecco che arriva la frustrazione, che si può manifestare in modi diversi.   Infatti, va detto che la frustrazione porta con sé un sentimento soggettivo, pertanto ciascun bambino può reagire in modo diverso alle varie situazioni ed anche in base alla sua età, al contesto, alle caratteristiche di personalità e al livello di sviluppo. Alcuni bambini rispondono reagendo con rabbia e pianti inconsolabili, altri si chiudono in se stessi, altri ancora regrediscono.

Man mano che il bambino cresce, in genere la frustrazione fa capolino ogni volta che il genitore pone un vincolo o dice “No” ad una richiesta.  È importante che i genitori aiutino i propri bambini a non aspettarsi che tutte le richieste vengano immediatamente attese, altrimenti c’è il rischio che essi non sviluppino la capacità di accettare le difficoltà e faticheranno ad avere un atteggiamento positivo nella risoluzione dei problemi. Il bambino, specie se piccolo, non ha ancora padronanza delle sue emozioni, non conosce le regole e vive nell’ “onnipotenza infantile” di controllare il mondo facendo ciò che gli piace. Compito dei genitori è guidarlo al rispetto delle regole, far capire che non può avere sempre tutto ciò che desidera, innalzando così il suo livello di tolleranza alle frustrazioni che inevitabilmente incontrerà sul suo cammino.

ADOLESCENZA

Gli ambiti in cui maggiormente i ragazzi e le ragazze adolescenti si troveranno a fare i conti con la frustrazione sono in genere quello scolastico e quello relativo alla sfera amicale. Il compito andato male, i primi esami non passati, il tradimento di un caro amico o il rifiuto del ragazzo di cui si è innamorate sono tutte esperienze che portano sofferenza ma che devono essere gestite ed accettate come tappe normali della vita. In queste circostanze gli adulti di riferimento devono insegnare l’importanza di affrontare i fallimenti, sottolineando il valore della tenacia, dello sforzo, della pazienza per raggiungere gli obiettivi prefissati.      L’adolescenza è un’età difficile, di sconvolgimenti fisici ed emotivi ed è un periodo critico rispetto alla capacità di tollerare le frustrazioni. Ecco perché è cosi importante porre le basi sin dall’età infantile, in modo da aiutare i propri figli adolescenti ad essere già pronti ad affrontare le frustrazioni.

ETA’ ADULTA

Durante l’età adulta, il modo a cui reagiamo alla frustrazione è fortemente legata  al senso di autostima. Se l’individuo è emotivamente forte sarà in grado di superare un momento di difficoltà, quale ad esempio la perdita del lavoro o l’abbandono del proprio partner; in questo caso il senso di autoefficacia si rafforzerà innescando un circolo virtuoso che permetterà di aumentare la soglia di tolleranza alle frustrazioni e reagire con ciò che in psicologia si definisce come resilienza (capacità di affrontare le difficoltà in modo vincente ed uscirne più forti).    Se la frustrazione è ben dosata e non si arriva a livelli di stress troppo elevati essa può essere un utile stimolo per la risoluzione dei problemi e può aiutarci a trovare soluzioni innovative, stimolando l’interazione sociale e la cooperazione e favorendo la crescita personale. Al contrario, una frustrazione negativa può declinarsi in diversi modi, quali ansia, angoscia, distacco e apatia, crisi di rabbia.

bentornati sul blog!

Le vacanze sono purtroppo finite (almeno per me!) e con il rientro riprende anche la consueta attività del blog genitorifelici. Si ricomincia con nuovi articoli, contenuti e video interessanti sul mondo della genitorialità e del bambino. Inauguriamo l’inizio del mese di settembre  con una colorata infografica per dare qualche spunto di riflessione ai genitori che si ritrovano a vivere l’emozionante momento dell’ingresso in una nuova scuola da parte dei propri figli.

Come affrontare al meglio il primo giorno di scuola? Che emozioni accompagnano la mente del bambino? Come possiamo noi genitori aiutare in questo delicato passaggio?

INFOGRAFICA il primo giorno di scuola

ADOZIONE: PARLARNE O NO IN FAMIGLIA? E COME? 4 ELEMENTI DA TENERE A MENTE…

1- Parlate regolarmente dell’adozione

Anche se il vostro piccolo è ancora un neonato e temete che non possa capire, parlate da subito della sua adozione e del suo arrivo nella vostra vita: in questo modo per lui sarà qualcosa di naturale. Rendete la cosa molto semplice, adeguandola alle diverse età. Gia prima dei 5 anni i bambini dovrebbero essere informati delle loro origini e sapere che l’adozione è un modo di diventare famiglia. Parlate al bambino di come è nato: spiegategli che un’altra donna e un altro uomo gli hanno dato la vita, che lui è cresciuto nel pancione di quella signora e poi siete arrivati voi a prendervi cura di lui. In questo modo è nata la vostra famiglia.

L’adozione non deve essere un tema difficile di cui si discute una volta ogni tanto, occorre trasmettere il messaggio che l’arrivo del vostro bambino è stato un evento positivo. Questo è possibile soltanto parlando giornalmente della “storia dell’adozione”, raccontando come avete saputo la storia del vostro piccolo, della prima volta che lo avete visto e stretto tra le vostre braccia, di quanto eravate felici del suo arrivo nelle vostre vite, del luogo in cui vi siete incontrati, del primo arrivo nella nuova casa. Gli eventi felici dei genitori diverranno così gli eventi felici del bambino, che vivrà la sua adozione in modo sereno e tranquillo. Al contrario, nascondere le informazioni fino all’età in cui “il bambino potrà capire” avrà il solo risultato di far dubitare il bambino che la sua adozione sia stato un fatto positivo e renderà tutto più difficile.

2. Non ignorate o parlate male dei suoi genitori naturali

I genitori biologici dovranno fare sempre parte della vita del bambino. Evitare di parlarne dà il messaggio che si è a disagio rispetto alla loro esistenza o che si crede abbiano fatto qualcosa di male, che siano figure totalmente negative. In realtà loro sono coloro che hanno dato la vita al vostro bambino e che alla fine hanno permesso a voi di diventare i suoi genitori.

3. Non aspettate che sia vostro figlio a fare domande

 Spesso i bambini adottati evitano di fare domande sui loro genitori biologici o sulle loro origini, perché temono di ferire i propri genitori o temono che non ci si senta a proprio agio a parlare di questo. Al contrario, è importante cogliere ogni occasione per parlare dell’adozione: se vostro figlio è bravo in matematica potete dirgli “chissà se la donna che ti ha messo al mondo era brava come te nelle operazioni!”.

Questo discorso vale anche per i momenti di conflitto. Una delle paure più grandi per un genitore adottivo è sentirsi dire la frase “tu non sei la mia vera madre!”: questo risveglia nei genitori un profondo dolore, senso di smarrimento e di impotenza. Tuttavia, anche in questo caso può diventare una nuova opportunità per cementare il legame, chiedendo per esempio “pensi mai a cosa avrebbe fatto al mio posto la donna/l’uomo che ti ha messo al mondo?”. Questo mostra al proprio figlio che va bene parlare del dolore, della mancanza e degli aspetti più tristi legati all’adozione. Gli dà il messaggio che voi ci sarete, sempre, per lui.

4. Non dite continuamente quanto è stato fortunato vostro figlio ad essere stato adottato e non ripetetegli sempre quanto speciale sia

L’adozione è un incontro di cuori, la volontà di essere genitori che si unisce al desiderio di un bambino di trovare una famiglia al posto di quella che non ha potuto prendersi cura di lui.

Il rischio in questo caso è che il bambino pensi di meritare l’amore solo in virtù del suo essere speciale e non semplicemente perché è vostro figlio. Il messaggio da trasmettere è che lui può essere semplicemente se stesso, non necessariamente il più bravo (ad esempio a scuola o nello sport), il più gentile, il più educato. Voi lo amerete comunque.

5 SUGGERIMENTI, IDEE E STRATEGIE PER RIDURRE LO STRESS DELLE MAMME

Trovate l’articolo originale in lingua inglese a questo link

Novelle mamme, mamme casalinghe, mamme che lavorano, mamme single e mamme in generale hanno tutte una caratteristica in comune: sono stressate. Questo stress non solo ha un impatto sulla loro salute, ma anche sulle loro capacità genitoriali, oltre che sulla pazienza e sul desiderio di creare un legame con i propri figli.  Quando il cortisolo, l’ormone dello stress, viene rilasciato in alte dosi mette le mamme in una condizione di rischio sia per quanto riguarda la loro salute mentale che quella fisica.  Abbassare lo stress è la chiave per migliorare la vita in famiglia e essere certi che la mamma stia bene per molto tempo in avvenire.

1. CREATE DEI SISTEMI

Un po’ di organizzazione può aiutare molto per alleviare lo stress. Una cosa molto semplice che le mamme possono fare è preparare la sera prima le cose da fare per il giorno dopo. Se la mamma lavora, lei oppure il papà possono preparare i pasti la sera prima. I vestiti possono essere sistemati e pronti per il giorno dopo e anche la colazione può essere preparata in anticipo.

2. IMPARATE A DELEGARE

le mamme spesso tendono a pensare che devono fare tutto e che sono le uniche persone a saper portare a termine i compiti nel giusto modo. Identificate i compiti che sono prioritari, quelli che vanno assolutamente fatti e devono essere portati a termine dalla mamma; poi, delegate tutto il resto.   Ad esempio, il papà può preparare la colazione. I più piccoli ed i neonati non possono aiutare in casa, ma i bambini più grandi sicuramente possono. Date loro piccoli compiti e riducete lo stress delle mamme. Stabilite del tempo personale,un po’ di tempo per curare voi stesse. Può essere qualcosa di semplice, come un bagno serale o leggere un buon libro.   Fare esercizio, meditare e uscire con gli amici sono tutte cose importanti ed aiutano a portare equilibrio in una vita impegnata.

3. ABBANDONATE L’IDEA DI PERFEZIONE

Non esiste la mamma o il papà perfetto. Le case perfettamente pulite non esistono, così come I pasti perfetti. La qualità è nell’esperienza. Cercate di concentrarvi meno sui dettagli e maggiormente sull’esperienza. Lasciate in disordine la cucina e divertitevi a giocare ad un gioco la sera insieme alla vostra famiglia. Lasciate perdere il bucato per un giorno e andate a fare una passeggiata con i vostri bambini.

4. RISPETTATE LE VOSTRE DECISIONI E QUELLE DEGLI ALTRI

Le mamme sono spesso abbastanza severe tra loro rispetto al proprio modo di essere genitori ed alle scelte lavorative. Amate le scelte che avete fatto e rispettate che altre mamme hanno il diritto di prendere le loro decisioni. Abbandonate i sensi di colpa e abbracciate la vostra vita

 5. TROVATE UN SUPPORTO

Le mamme che si sentono supportate sia dentro che fuori casa sono molto più felici e molto più in grado di gestire lo stress. Il sostegno può essere trovato attraverso organizzazioni della comunità, gruppi sociali e all’interno della famiglia stessa. Anche se è impossibile eliminare lo stress dalla vita, piccoli passi per ridurlo possono fare una grande differenza.

Autismo: stereotipie ed interessi ristretti (seconda parte)

Buongiorno a tutti e ben ritrovati sul blog genitorifelici. Oggi concludiamo l’articolo iniziato lunedì scorso, approfondendo il particolare rapporto che molti autistici hanno con il mondo dei 5 sensi e parlando di come questa patologia influenza la capacità intellettiva. Potete trovare gli altri approfondimenti relativi a questa tematica cliccando QUI, QUI e QUI

Molti individui autistici sembrano soffrire di un’alterazione di uno o più sensi, che quindi può coinvolgere il sistema uditivo, visuale, tattile, gustativo, vestibolare, olfattivo. La percezione sensoriale può essere ipersensibile, iposensibile o può provocare al soggetto interferenze (ad esempio il “tinnitus”, un ronzio o campanellio persistente alle orecchie). Come conseguenza, per gli individui autistici può essere difficile elaborare correttamente l’informazione sensoriale e sopportare stimoli normali.  Ecco perchè a volte alcuni autistici sono sulla difensiva dal punto di vista tattile ed evitano tutte le forme di contatto corporeo. Altri hanno poca o nessuna sensibilità al dolore, o ancora amano una forte pressione corporea. Le attività di esplorazione degli oggetti e le buone abilità manuali dei bambini autistici suggeriscono che la loro sensibilità aptica (ovvero quella che riguarda la capacità percettiva delle dita delle mani) sia buona, e forse addirittura superiore alla norma.

Vi è poi l’ipersensibilità uditiva: circa il 40% degli autistici sono in forte disagio quando esposti a certi suoni o frequenze. Spesso si coprono le orecchie o si infuriano dopo aver udito il pianto di un bambino o il suono di un motore. In contrasto, a volte sembrano non rispondere ai suoni. In alcuni casi il bambino, dopo aver ignorato rumori molto forti, si gira per localizzare la fonte di un rumore lieve che ha attratto la sua attenzione.

Riguardo alla percezione visiva, in alcuni bambini con autismo è stato riscontrato un comportamento peculiare, le cui cause non sono ancora state chiarite, che consiste nel guardare gli oggetti “obliquamente” anziché frontalmente.

Questo insieme di situazioni deficitarie è confermato anche nelle autodescrizioni di persone autistiche in grado di descrivere le proprie sensazioni (che sono purtroppo un’assoluta minoranza). Così scrive Temple Grandin relativamente alla percezione uditiva:

“… per me udire è come avere un amplificatore bloccato al massimo. Le mie orecchie sono come microfoni che captano ed amplificano i suoni… non riesco a modulare la stimolazione uditiva. Ho scoperto che potevo interrompere i rumori fastidiosi dedicandomi a comportamenti autistici, stereotipati e ritmati…”[1].

La stessa autrice evidenzia con efficacia anche i suoi problemi nella percezione tattile:

“ Io indietreggiavo quando gli altri cercavano di abbracciarmi, perché il contatto provocava l’irrompere penoso di un maremoto di stimolazioni attraverso il mio corpo …a farmi evitare l’abbraccio era la sovrastimolazione sensoriale, non la collera o la paura. Lievi pruriti o sfregamenti erano per me una tortura. Una gonna che mi grattasse la pelle mi sembrava carta vetrata che mi scorticava…era un problema anche adattarmi agli abiti nuovi.”.

Gunilla Gerland sottolinea nella sua autobiografia  come da bambina le sensazioni che provenivano dal suo corpo fossero particolari e difficilmente controllabili:

“la superficie dei miei denti era incredibilmente sensibile e, se anche solo veniva sfiorata, potevo sentire come una scossa elettrica… Il mio cervello percepiva solo informazioni confuse dal resto del corpo ed io dovevo utilizzare la vista per capire bene cosa stesse succedendo. Tanto più una parte del mio corpo era lontana dal cervello, tanto più le sensazioni erano indistinte…la pianta del piede era l’unico punto dove io potessi tollerare un contatto, che poteva anche arrivare a farmi piacere, proprio per il fatto di essere tanto vago…”[2].

Oltre alle problematiche connesse alle diverse vie sensoriali, Donna Williams segnala anche una difficoltà nell’integrazione delle diverse sensazioni:

“la maggior parte delle persone può elaborare informazioni in modo efficiente e continuativo, attraverso più di un canale sensoriale contemporaneamente… quando si sintonizzano sul significato di ciò che stanno ascoltando, continuano a capire il significato di ciò che vedono e sentono emotivamente e fisicamente… Le persone autistiche possono invece funzionare in “mono”: per queste persone…l’elaborare il senso di ciò che stanno ascoltando mentre qualcuno li tocca, può significare non avere alcuna idea di dove siano toccati o di cosa pensino o sentano in quel momento.”[3].

Circa il quoziente intellettivo, emergono situazioni diverse, con profili particolari e disomogenei. In alcuni casi di autismo si ha l’impressione di una buona intelligenza , mentre in molti altri esiste un evidente difetto intellettivo. Un aspetto della patologia autistica che merita attenzione è poi costituito dal fatto che

nonostante un’intelligenza generalmente bassa, è possibile in alcuni individui una prestazione sorprendentemente alta (spesso superiore rispetto alle persone intellettivamente dotate) in certe abilità isolate, che rende questi soggetti dei veri “Idiots savants”.

Spesso il comportamento dei bambini affetti da autismo rivela delle capacità fuori dall’ordinario, talvolta persino dei talenti rari.  Questo è uno dei più sconcertanti temi della psichiatria infantile. Già Kanner aveva coniato il termine “isolotti di capacità” affermando che:

“il sorprendente vocabolario dei bambini che parlano, l’eccellente memoria per eventi accaduti anni prima, la fenomenale memoria meccanica per le poesie e i nomi e il preciso ricordo di figure e sequenze complesse sono l’indizio di una buona intelligenza.”.

Le competenze che si manifestano nella sindrome del savant si esprimono in  abilità prevalentemente non simboliche, artistiche, visive e motorie, con particolari capacità di memorizzazione e apprendimento, ad esempio riguardo ad argomenti sui quali è focalizzato l’interesse del bambino. La memoria è profonda, focalizzata e basata sulla recitazione abituale, ma non comporta la comprensione di ciò che viene detto. I casi di “idiots savants” sono comunque estremamente rari.

[1] Grandin, T, (1984). My experiences as an autistic child and rewiew of related literature. In <<Journal of orthomolecular psychiatry>>, 50, pp. 441 – 8

[2] Gerland, G.(1999). Una persona vera. Diario di una giovane autistica. Phoenix, Roma

[3] Williams, D.(1998). Il mio e il loro autismo. Armando ed, Roma

autismo: stereotipie ed interessi ristretti (prima parte)

Eccoci arrivati all’ultima tappa di questo percorso dedicato alla patologia autistica: oggi approfondiamo il secondo criterio richiesto dal DSM-V per stabilire  l’insorgenza dell’autismo, ovvero la presenza di Comportamenti e/o interessi e/o attività ristrette e ripetitive. Il discorso è ampio e merita di essere approfondito, quindi ho deciso di dividere l’articolo in due parti. La seconda e ultima parte verrà pubblicata giovedì prossimo. Buona lettura!

ATTIVITÀ RIPETUTE E RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

Si assiste nei bambini autistici alla mancanza di giochi di simulazione spontanei, o di giochi di imitazione sociale adeguati al livello di sviluppo. Alcuni bambini non usano oggetti in miniatura, quali animaletti o bamboline, per i loro giochi simbolici. Altri li usano in modo meccanicamente ripetitivo, senza mostrare un gioco flessibile e rappresentativo. Alcuni allineano oggetti in fila, altri li radunano semplicemente senza nessuno scopo apparente. Molti autistici sono affascinati in modo eccessivo da parti di oggetti. Giocano con lacci, elastici, metri o fili elettrici. I più piccoli amano spesso giocare con l’acqua, in particolare si divertono a trasferirla in modo ripetitivo da un contenitore all’altro. Un ulteriore passatempo è quello di passare lungo tempo a girare le ruote di una macchinina o di guardare ventilatori in funzionamento, mentre il bambino stesso ruota su se stesso fino a cadere dallo stordimento. Si tratta comunque nella maggior parte dei casi di oggetti duri e meccanici, che si possono far girare o dondolare in azioni rigide e devitalizzate, mentre spesso il bambino può mostrare un rifiuto per gli oggetti morbidi, come i peluches.

Un esempio classico della mancanza di gioco appropriato è il bambino verbale di età prescolare che gioca recitando in modo ripetitivo una parte della scena tratta da “La Bella e la Bestia”, mentre manipola in sequenza i personaggi accordandoli in modo rigoroso al copione. Quando gli vengono dati gli stessi personaggi con l’istruzione però di fare un gioco diverso, lo stesso bambino è incapace di creare un qualunque altro scenario di gioco. Il momento ludico è privo di significati simbolici e di immaginazione.

Un altro tratto caratteristico è la dedizione assorbente ad uno o più tipi di interessi ristretti, stereotipati e ripetitivi. Così verrà formulata in continuazione la stessa domanda, senza curarsi della risposta fornita,o i giochi saranno altamente ripetitivi (aprire e chiudere le porte, i cassetti, accendere e spegnere la luce).

“…mi piaceva la ripetitività. Quando accendevo la luce sapevo che cosa sarebbe successo: se giravo l’interruttore la luce si accendeva e questo mi dava una bellissima sensazione di sicurezza, perché avveniva sempre la stessa cosa…Le persone mi annoiavano perché non sapevo a che cosa servissero e che cosa mi avrebbero fatto. Non erano mai le stesse e non provavo alcuna sicurezza a stare con loro.” (Sean Barron).

Si evidenzia poi una sottomissione del tutto rigida ad inutili abitudini o a rituali costanti, con un’estrema intolleranza nei confronti dei cambiamenti e delle frustrazioni. Così racconta Gunilla Gerland:

“non mi piacevano le sorprese, mai. Non volevo essere presa di sorpresa. Se volevo avere la possibilità di risolvere una situazione, non dovevo incontrare degli imprevisti. Potevo essere felice di ricevere dei regali, ma non sopportavo di non sapere in cosa consistessero. Per questo motivo il regalo che preferivo era quello che ricevevo ogni Natale… quel regalo stava lì Natale dopo Natale: era un grande barattolo di ananas.”.

 Molti bambini autistici sono così tanto coinvolti mentalmente con la “struttura costante” (sameness) degli ambienti in cui vivono, o con pratiche di routines, che nulla può essere cambiato senza far esplodere una reazione di collera o un altro disturbo emozionale. Così, ad esempio, alcuni autistici possono insistere che tutti i mobili di casa rimangano nella stessa posizione, o che tutti i vestiti siano di un particolare colore; altri possono mangiare solo da un particolare piatto o in una specifica stanza.  Questa inflessibilità può essere estesa anche alla routine familiare, per esempio prendendo solo una certa strada per andare a scuola, o entrando dal fruttivendolo solo passando da una specifica porta.

Una possibile ragione per questa insistenza sulla ripetitività potrebbe essere l’incapacità di comprendere e di confrontarsi con nuove situazioni. È possibile presumere che, attraverso la mancanza di comprensione, molti autistici imparino il mondo “a memoria” e che la continua riscoperta di un mondo prevedibile dia loro un senso di sicurezza: l’ordine permane.

I manierismi motori stereotipati e ripetitivi (le cosiddette “manovre autistiche”) costituiscono un ulteriore tratto caratteristico di questi soggetti: i bambini battono le mani o sbattono le braccia ogni volta che sono eccitati o innervositi, corrono senza direzione e scopo, fanno giravolte, digrignano i denti. Molti effettuano il movimento detto “ad altalena”, che consiste in un oscillazione continua del busto dalla posizione seduta o in piedi. Alcuni bambini mettono in atto comportamenti autolesivi, come infliggersi colpi sul capo, tirarsi i capelli, morsicarsi le mani. Altri possono battere semplicemente il dorso della loro mano in modo ripetitivo, attuando così un manierismo molto meno intrusivo.

autismo: il deficit nella comunicazione sociale

Bentornati sul blog genitorifelici per continuare il nostro viaggio all’interno della patologia autistica. Nello scorso articolo abbiamo affrontato le caratteristiche legate  alla difficoltà che le persone con autismo hanno nell’interagire e nello stabilire rapporti sociali con gli  altri e con l’ambiente che li circonda. A questo aspetto relazionale il DSM-V unisce per la diagnosi di autismo la presenza di un Deficit persistente nella comunicazione sociale . Vediamo insieme cosa significa…

DEFICIT NELLA COMUNICAZIONE SOCIALE

La funzione espressiva del linguaggio, nello spettro autistico, ha diverse forme: si passa dal completo mutismo alla verbalità fluente, pur se accompagnata spesso da errori semantici (significato della parola) e pragmatico – verbali (uso del linguaggio per comunicare). Giovani bambini autistici, anche se verbali, presentano spesso deficit di comprensione, in particolare nel capire le domande complesse, e deficit nell’uso del linguaggio per un’efficace comunicazione.

Alcuni bambini non rispondono ai loro nomi se chiamati dai genitori e per questo da piccoli si presuppone spesso che abbiano severi deficit di udito. Alcuni soggetti autistici, durante la prima infanzia non lallano né usano altre modalità comunicative e sono descritti come bambini molto tranquilli, non aggressivi, perduti in un proprio mondo inaccessibile. Quando la comunicazione orale dovrebbe essere sviluppata, non hanno alcun linguaggio verbale e non vi è neanche un tentativo compensatorio, attraverso altre modalità di comunicazione come gesti o espressioni facciali.

Un bambino piccolo con sviluppo normale tira la propria madre verso un oggetto desiderato e poi lo indica chiaramente guardando la madre in faccia. Al contrario, un comportamento tipico di molti bambini autistici è l’usare meccanicamente la mano di un’altra persona per indicare l’oggetto desiderato. Questo comportamento è detto “indicazione della mano sopra la mano”. Alcuni bambini tirano addirittura il braccio di qualcun altro verso l’oggetto fuori dalla loro portata senza nessuna indicazione, nessun gesto o vocalizzazione comunicativa. Vi sono poi i bambini indipendenti che non esprimono richieste ed imparano a superare le difficoltà e a raggiungere l’oggetto desiderato autonomamente.

Alcuni bambini autistici parlano con relativa fluidità, ma non sono in grado di impegnarsi in una conversazione tra due o più soggetti, manifestando grandi difficoltà ad iniziare e sostenere una conversazione su un argomento di reciproco interesse, nonostante siano capaci di rispondere abbastanza bene, di formulare molte domande, di parlare ad un’altra persona in un monologo sul loro argomento preferito.

Il tratto specifico del linguaggio autistico è una ECOLALIA IMMEDIATA o DIFFERITA. La prima si riferisce alla ripetizione di parole o frasi dette da un’altra persona.  L’ecolalia differita si riferisce invece all’uso di frasi ritualizzate che sono state memorizzate da conversazioni più volte ascoltate dal bambino (per esempio alla televisione o alla radio). L’origine di questo linguaggio stereotipato non ha necessariamente una chiara identificazione.

Therese Joliffe dà una spiegazione alla sua tendenza a ripetere le frasi in modo ecolalico e usando la stessa intonazione dell’interlocutore:

“…bisogna lavorare in maniera così dura per capire i discorsi, che quando le parole entrano nella mente sembra che rimangano impresse esattamente nel modo in cui sono state sentite… per molto tempo si ha un’idea relativa del linguaggio…si è portati a credere che la voce usata dalla persona per dire certe parole sia il modo in cui devono venir dette. Non si sa che le parole possono essere pronunciate usando vari tipi di voce e che ci sono molti modi per esprimere le cose.”.

Gli autistici incontrano difficoltà anche con i pronomi o con altre parole che cambiano significato in base al contesto: ciò determina il riferirsi a se stessi in terza persona o per nome. La loro scarsa flessibilità rende molto complesso capire come mai una persona a volte sia “io” ed altre “tu”.

 Il linguaggio può presentare altre particolarità e stranezze, con un uso di frasi idiosincratiche (espressioni strane, bizzarre ed apparentemente non collegate al contesto nel quale avviene l’interazione verbale o ai suoi contenuti) o neologismi. L’intonazione non è usata ai fini comunicativi, la voce è monotona e spesso cantilenante, oppure segue un andamento del tutto sconnesso dal significato del messaggio che si vuole trasmettere.

 

Autismo: deficit nelle interazioni sociali

Eccoci di nuovo insieme per continuare l’approfondimento sulla patologia autistica. La settimana scorsa abbiamo iniziato a parlare dell’autismo e dei criteri per stabilirlo; questo lunedì per comodità divideremo in due parti  l’approfondimento del primo criterio che stabilisce la presenza del Disturbo dello spettro autistico: Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale. Questo criterio comprende sia l’aspetto delle difficoltà sociali e relazionali che quelle legate allo sviluppo del linguaggio e delle corrette modalità di comunicazione. Nello specifico, oggi parliamo del deficit nell’interazione sociale.

DEFICIT NELL’INTERAZIONE SOCIALE

Anche quando sono piccoli, alcuni bambini autistici non sollevano le braccia o non cambiano posizione nell’anticipare l’essere presi in braccio. Certi si lasciano coccolare, altri invece si irrigidiscono; spesso non sorridono o non guardano quando si rapportano con gli altri. Lo sguardo diretto è usato solo per brevi momenti e solitamente non viene utilizzato per dirigere l’attenzione verso oggetti di interesse. Altre volte vengono usati sguardi diretti inappropriati: i bambini ad esempio possono girare la testa di qualcun altro per essere guardati negli occhi. I familiari, così come le persone estranee, sono spesso ignorate in un’estrema chiusura autistica, anche se alcuni bambini realizzano veri approcci sociali, in cui comunque le modalità di conversazione o la modulazione del contatto visivo sono di solito qualitativamente inferiori alla norma. All’estremo opposto vi sono invece casi di approcci indiscriminati anche agli estranei (ad esempio i bambini possono essere incoscienti delle barriere psicologiche o essere descritti come soggetti che continuamente ed in modo inappropriato si mettono al centro dell’attenzione).

Nei rapporti con i coetanei, si evidenzia un’incapacità a sviluppare relazioni adeguate al livello di sviluppo del bambino. Si nota così una mancanza di interesse, o addirittura apparente mancanza di coscienza, per i loro pari o per gli adulti. Un bambino autistico può volere amici, ma solitamente non capisce il concetto della reciprocità e della condivisione di interessi ed idee che riguardano l’amicizia.

Manca in questi soggetti una ricerca spontanea di condivisione  e reciprocità di sentimenti con altre persone. Si tratta di soggetti che si isolano, non mostrano interesse verso gli altri bambini o per gli adulti e tendono a giocare lontano dagli altri. Alcuni coinvolgono altre persone in giochi strutturati e spesso ripetitivi, ma sembrano “assistere” al gioco, senza ascoltare alcun suggerimento o assumono un ruolo passivo nei giochi degli altri, seguendo le direttive altrui e mancando totalmente di iniziativa personale. Spesso non indicano cose o non usano il contatto visivo per condividere il piacere di guardare qualcosa con un’altra persona, né richiamano l’attenzione su oggetti di proprio interesse, non usano insomma quella che è chiamata ATTENZIONE CONDIVISA.

Un’altra peculiarità del disturbo autistico è costituita dalla difficoltà nel capire le regole sociali, in quanto non fissate una volta per tutte, ma diverse a seconda delle situazioni che ci si trova a vivere. A questo proposito Therese Joliffe, una giovane autistica  ad “alta funzionalità”, molto dotata, scrive:

“Trovo molto difficile capire le situazioni sociali e posso superare tale problema solo se ogni minimo passo, regola o idea mi vengono scritti e numerati in sequenza…ma anche in questo modo non ha alcuna garanzia di sapere sempre come, quando e dove applicare le regole, perchè il contesto sempre diverso da quello in cui le ho imparate mi confonde…La vita è sconcertante, una confusa interazione tra una massa di persone, fatti, cose e luoghi senza alcun confine. La vita sociale è difficile perché non mi sembra seguire uno schema. Quando mi sembra di aver cominciato a capire un’idea, se le circostanze cambiano anche solo leggermente, all’improvviso quell’idea non sembra più seguire lo stesso modello. Mi sembra che ci sia sempre troppo da imparare.”

Per gli autistici riconoscere i sentimenti degli altri e i loro è molto difficile; risulta estremamente complicato superare il livello letterale ed andare oltre le percezioni. Mentre gli altri bambini tendono a muoversi dall’astratto verso i dettagli e lo specifico, per gli autistici è diverso: la realtà, il dettaglio specifico li interessa di più (questa attenzione focalizzata è chiamata “iperselettività dello stimolo”) e non sono in grado di esaminare il mondo per similitudini e differenze, né sono in grado di raggruppare le loro percezioni. Spesso hanno difficoltà nell’interpretare il tono della voce o le espressioni del viso e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui nei propri confronti e dell’impatto negativo del proprio comportamento sugli altri.

Si può descrivere il disturbo sociale dell’autismo come mancanza di empatia: il bambino è indifferente nei confronti dei problemi degli altri, non sa né fornire né ricevere conforto per se stesso.

Tuttavia questi bambini non possono essere considerati neutri dal punto di vista affettivo ed emozionale. Essi sono in grado di esprimere sentimenti (le risatine e gli attacchi d’ira sono prove sufficienti), anche se questi raramente sono adattati al contesto sociale nel quale vengono espressi. In particolare gli autistici presentano reazioni emozionali particolari, con stati estremi di felicità, ira, disagio etc…   Si è spesso notato che le persone autistiche non provano alcun senso di vergogna, colpa o modestia. Dato che risulta loro molto difficile comprendere i diversi tabù sociali, questi soggetti tendono a tenere lo stesso comportamento sia in pubblico che in privato.

Tuttavia, alcuni dei comportamenti anormali che si riscontrano negli individui autistici, potrebbero essere considerate non tanto come disturbi, bensì come qualità apprezzabili e positive. Gli autistici sono persone innocenti, franche ed oneste; non sono capaci di ingannare o fare colpo sugli altri; non sono manipolatori, né hanno un forte senso del possesso, per cui sono generosi e donano volentieri agli altri. L’autistico non si sa immedesimare con gli altri, ma neppure gode delle loro sfortune. Anzi, spesso è profondamente colpito dalla sofferenza altrui e mostra una giusta indignazione.

Tutte queste qualità delle persone autistiche compaiono nei romanzi e nelle leggende fin dai tempi antichi e c’è il pericolo che vengano dimenticate quando si parla del profondo disturbo sociale che le affligge. Al contrario, le caratteristiche positive e affettuose sono caratteristiche importanti, che vanno considerate accanto agli aspetti negativi del comportamento, così da avere una visione globale della natura dell’handicap.

Vi aspetto il prossimo giovedì per affrontare la seconda parte del criterio, ovvero quello legato alle difficoltà di comunicazione.

L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO

“Era così carina: occhi color nocciola con lunghe ciglia arricciate e sopracciglia finemente sottili, riccioli biondo chiaro e una dolce espressione sognante; speravo che alla fine tutto sarebbe andato bene e che fosse solo partita un po’ lentamente.”.

Questo brano, tratto da una lettera di una madre, indica il primo dei molti enigmi del disturbo denominato “Autismo infantile”. La cosa più sorprendente è la tipica immagine del bambino autistico. Bambini affetti da altri seri disturbi appaiono handicappati, mentre al contrario in molti casi l’autistico colpisce chi lo osserva per la sua bellezza incantevole, un po’ da altro mondo. Si tratta infatti solitamente di soggetti con una fisionomia normale, che fa supporre un’intelligenza adeguata; non evidenziano apparenti patologie fisiche e, in genere, godono di un’ottima salute. È difficile immaginare che dietro quell’immagine da bambola si celi un disturbo sottile ma devastante, crudele tanto per il bambino quanto per la sua famiglia. Continua a leggere “L’AUTISMO E I CRITERI PER STABILIRLO”