RIFLESSIONI A PARTIRE DAL FILM “”SI PUO’ FARE”

Dopo le riflessioni sul film “Forrest Gump” continuano gli articoli per la rubrica “psy-arte”: oggi vorrei proporvi la recensione di un film al quale sono particolarmente affezionata, essendo stato l’oggetto della mia tesi di Laurea sulle cooperative sociali e la malattia mentale.

Sto parlando della pellicola “Si può fare”, opera cinematografica uscita nelle sale nel 2008, diretta da Giulio Manfredonia ed interpretata da bravissimi attori italiani, tra cui Andrea Bosca, Anita Caprioli e Claudio Bisio.  (cliccando QUI potrete vedere il trailer del film)

Credo che quest’opera cinematografica possa essere vista come uno tra i modelli esemplificativi della “buona pratica” di cura ed intervento riguardo alla malattia psichiatrica. Esso si inserisce all’interno del nuovo filone cinematografico della cinematografia sociale, attraverso la quale si vuole tratteggiare la realtà della vita quotidiana dell’uomo comune, analizzandone le condizioni di vita, nonché i problemi etici emergenti nella società. Nell’occuparsi e preoccuparsi della realtà, obiettivo di questa nuova cinematografia diventa quindi il sensibilizzare e fare conoscere tematiche importanti, operando un lavoro culturale ricco di forza espressiva e creativa, che permetta al pubblico di conoscere, capire ed entrare in sintonia con l’altro. Si tratta di un momento di integrazione culturale, nonché di un’occasione di denuncia e confronto. Il cinema riesce, in questo modo, ad andare oltre la semplice evasione, diventando un potente mezzo di trasmissione di messaggi culturali e sociali significativi, in grado di incidere sulle trasformazioni della nostra comunità.

Il film di cui parliamo prende spunto dalla la singolare esperienza (reale) della Cooperativa sociale Noncello di Pordenone, formata da persone con problemi psichici, ed affronta un tema delicato come la chiusura dei manicomi – stabilita in Italia dalla legge Basaglia 180/78 – e del conseguente necessario ricollocamento dei malati all’interno della società. Tale opera sembra a mio avviso fornirci alcune risposte alle domande che da sempre si pongono alla nostra attenzione rispetto all’importanza della psicologia sociale nella nostra vita.  In forza del pensiero creativo, la cinematografia sociale ci insegna che, anche in condizioni apparentemente difficili o svantaggiate, ogni individuo è portatore di dignità e valore. Concentrandosi sul percorso riabilitativo e mettendo tra parentesi la malattia, il malato mentale diventa in grado di vivere una vita piena e soddisfacente, sia dal punto di vista dell’autonomia personale, che per quanto riguarda gli ambiti affettivi e lavorativi. Obiettivo finale è la condivisione con lo spettatore del percorso positivo possibile dalla malattia ad una vita adeguata e ad una progressiva autonomia.

Il film “Si può fare” sembra saper delineare con garbo, ironia e sensibilità le piccole grandi storie dei suoi personaggi. I malati mentali sono i veri protagonisti della storia, persone reali tratteggiate in modo mai caricaturale, colme di umanità e capaci di divertire e commuovere. I problemi psichici, pur pervadendo la loro esistenza, riescono quasi a passare in secondo piano di fronte alla volontà del sindacalista Nello di ridare senso e dignità ai pazienti, restituendo loro una vita il più possibile vicina alla normalità. Alla fine del percorso, scopriamo che il lavoro di Nello ha portato frutto: saranno proprio i suoi “matti” a riuscire a liberarlo dai sensi di colpa e a convincerlo della necessità di riprendere il cammino interrotto, così da continuare a perseguire gli ideali della cooperativa. I soci lavoratori, pur con la loro patologia, riescono a restituire a Nello un po’ di quanto egli ha fatto per loro: la forza per reagire e capire che nessun incidente di percorso può interrompere una grande impresa.

Pur mostrando il tema della malattia mentale sotto molteplici aspetti, dolore compreso, credo che il regista del film abbia avuto il grande merito di voler trasmettere al pubblico un messaggio fortemente positivo e di fiducia verso le cooperative sociali e le possibilità di riscatto dei malati mentali, così come esprime emblematicamente il titolo scelto. Tutto questo evitando ogni riduzione semplicistica e sottolineando come, allo scopo di attuare un valido percorso di cura, sia comunque necessario trovare sempre il giusto compromesso tra l’inserimento attivo nella società dei soggetti con disturbi psichici, sfruttando in parallelo l’aiuto dei medici e la giusta dose di farmaci.

Consiglio vivamente a tutti la visione di questa delicata opera. “Si può fare” risulta a mio avviso una riuscita commedia che riesce a trasmettere un ottimismo che non risulta mai forzato.

 

L’articolo termina qui, ma se questa recensione ti ha incuriosito non perderti (giovedì prossimo) un nuovo appuntamento con l’intervista esclusiva all’attore Andrea Bosca, il Gigio di “Si può fare”. Potrai conoscere come si è preparato al personaggio e capire il “dietro le quinte” della produzione di un film così significativo. Ti aspetto!

 

 

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