buongiorno a tutti i miei lettori. Per tutta la settimana non riuscirò ad aggiornare il blog. Mi prendo una breve vacanza, ma vi aspetto con nuovi contenuti ed interessanti articoli nel mese di maggio. Buona giornata a tutti voi!

CINEMA, PSICOANALISI E FOLLIA: COME AVVIENE LA RAPPRESENTAZIONE DEI “MATTI”SULLO SCHERMO

Chi mi conosce bene sa che le mie due grandi passioni sono il cinema e la psicologia. Ci addentriamo quindi oggi, con questo articolo, in un ambito affascinante, ovvero lo stretto rapporto esistente tra psichiatria e mondo cinematografico.

La nascita ufficiale della psicoanalisi viene fatta convenzionalmente risalire dagli studiosi al 1895, anno in cui Freud pubblica la sua opera “Psicoanalisi dell’isteria” dando origine alla psicologia dell’inconscio. È significativo il fatto che, proprio nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, i fratelli Lumière organizzino le prime proiezioni pubbliche del loro “cinematografo”, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova e rivoluzionaria arte. Per questa coincidenza temporale, Musatti ha definito la psicoanalisi “sorella gemella” del cinema, in quanto sua coetanea.

Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno inoltre fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto, mostrandosi come due tra le discipline con maggiori affinità elettive: entrambi si sono occupati da sempre di pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita.

Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni, aveva riconosciuto un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio è una sorta di cavità teatrale, uno schermo su cui immagini e simboli giocano i loro ruoli. Come per l’inconscio, nella sala cinematografica c’è il buio, c’è il vuoto e questa attesa iniziale prima che inizi il film.  Nell’uomo esiste un mondo interiore, evocato nei sogni, e il cinema, in quanto macchina di sogni, pare in grado di far nascere nello spettatore dinamiche identificative e proiettive rispetto ai personaggi ed alla storia raccontata.

Attraverso l’analisi di opere cinematografiche si è capito che il cinema, così come la psiche, è contemporaneamente molte cose insieme: può essere luogo di cura e di sostegno, uno spazio di fuga dal reale, un territorio privilegiato in cui evocare i più segreti timori e fantasie per renderli innocui. Allo stesso tempo è anche il luogo in cui si sono da sempre potuti ritrovare tutti gli oggetti del desiderio collettivo, le pulsioni e gli istinti più primitivi. Diversi autori sostengono che il mondo visto attraverso la macchina da presa perde le sue caratteristiche specifiche per trasformarsi in segno universale: ecco che allora il cinema diventa strumento utile per favorire l’elaborazione della storia proposta ed il cammino evolutivo del personaggio, consentendo l’avvicinamento al mondo personale di ciascuno che sarebbe troppo doloroso da affrontare.

Il cinema è una cornice dentro cui i protagonisti raccontano e mostrano ciò che sono. Le emozioni fanno vivere le storie ed è attraverso le storie che si vivono emozioni.

Quando il cinema si propone di mettere in scena il mondo della follia, può diventare strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che, attraverso il film, si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, spesso sconosciute a causa dello stigma che le caratterizza.

Analizzando i film che raccontano storie di malattia mentale, si evidenzia come la maggior parte rappresentino il disagio psichico come una grave alterazione mentale che porta il soggetto ad azioni violente e pericolose, senza che riesca più a distinguere tra bene e male. Pertanto si sono utilizzati spesso modelli stereotipati per rappresentare storie in cui sono affrontati i problemi della psiche. Tuttavia, se da una parte vi sono film che hanno rafforzato tale dicotomia consolidando i luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, dall’altra ve ne sono altri che hanno esplorato con sensibilità ed efficacia i territori della mente, aiutando a  capirne meglio le dinamiche ed esorcizzando le paure.

Infatti, la tendenza a rappresentare il malato mentale come un diverso, spesso un folle criminale da cui occorre mettersi in salvo (si pensi al genere horror o noir) è la manifestazione della paura della diversità, di ciò che non è conosciuto e si teme sia anche dentro di noi.

I generi di film che raccontano la follia con accezione negativa hanno quindi una funzione catartica: il mostro sarà alla fine punito per le sue colpe, permettendo così all’inconscio degli spettatori di sentirsi salvi. Possiamo ricordare molti film in cui il soggetto psichiatrico è rappresentato come imprevedibile, violento, socialmente pericoloso, come ad esempio il famoso “Psyco” o ancora “Shining” diretto da Kubrick, in cui i protagonisti sono diabolici e folli assassini.

Un modo alternativo di rappresentare il malato mentale è, all’estremo opposto, quello di presentarlo come un personaggio buffo, un pazzo da deridere che fa divertire, ridicolizzando disturbi gravi e spesso poco conosciuti e relegando la figura del malato ad una sorta di macchietta (si pensi a “Scemo + Scemo”).

Accanto a questi due grossi filoni se ne può identificare un terzo, nel quale la diversità patologica viene idealizzata ed il soggetto malato viene visto come essere spesso creativo, sincero, anticonformista, che si contrappone al mondo conformista e violento. Il messaggio allarmista verso la malattia mentale, di cui accennavamo prima, viene qui ribaltato: ad esercitare la crudeltà verso i pazzi sono i cosiddetti normali, internandoli in strutture semicarcerarie così da isolarli dalla società ed adottando pratiche mediche simili a torture (camicie forza, lobotomie cerebrali, isolamento, elettroshock) con lo scopo non di curare ma di rendere questi individui innocui, privandoli di personalità, creatività e umanità. Questa trasformazione cinematografica si colloca storicamente intorno agli anni ‘60 e ‘70, anni della contestazione giovanile e della chiusura dei manicomi ad opera di Basaglia e della legge 180.  In questa fase storica si realizzano capolavori legati alla follia di grande successo, quali “Family life” o “Diario di una schizofrenica”.

La natura della malattia si riduce, perde la sua ombra terrificante . il folle non è più tale, è un individuo che vive lo stesso dolore di chiunque.

Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un’impresa pressochè impossibile; tuttavia, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (“A Beautiful Mind” [2001], “Spider” [2002]). Questo vale anche per la rappresentazione dei disturbi dell’umore, sia per quanto riguarda la mania (“Capitan Newman” [1963], “Mr. Jones” [1993]), sia per la depressione (“Il settimo velo” [1945], “La figlia di Caino” [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi (“Requiem for a Dream” [2000], “Paura e delirio a Las Vegas” [1997]).   Rispetto ai disturbi di personalità, essi sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, raccontando di pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo “Arancia meccanica” [1971] per il disturbo antisociale di personalità; “Alice’s Restaurant” [1969] per il disturbo borderline, “American gigolo” [1980] per l’esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all’interno degli istituti psichiatrici in diversi paesi ed epoche: “Il grande cocomero” [1993], “Ragazze interrotte” [1999], “Prendimi l’anima” [2003], fino al recente “Si può fare”[2008].

I MIGLIORI SUGGERIMENTI PER I PAPA’: COME ESSERE COINVOLTI IN FAMIGLIA

Buongiorno a tutti! oggi parliamo dei papà con la traduzione di un articolo americano che ci dà utili spunti per rivalutare questa figura troppo spesso messa da parte ed imparare alcuni trucchi per favorire il loro coinvolgimento negli “affari di famiglia”. Ecco il link all’articolo originale. Buona lettura!

Come papà, potreste accorgervi che è necessario fare uno sforzo deliberato per trascorrere del  tempo con la vostra famiglia. Se non state a casa con i bambini durante la settimana, potreste avere la sensazione di perdervi qualcosa di importante.

Un papà impegnato che partecipa alla vita della sua famiglia contribuisce a rendere il nucleo familiare più forte e, secondo molti studi e fonti, la partecipazione di un padre può rendere più felici e sani i bambini, che andranno meglio a scuola e saranno più adeguati nelle relazioni sociali.

Quindi, cosa deve fare un papà? Ecco alcuni suggerimenti per diventare più partecipe della vita in famiglia

Chiedere

Sia i papà che le mamme tendono a pensare alla figura femminile come la più importante nelle questioni di famiglia, e si organizzano per questo gruppi di genitori spesso unicamente formati da mamme.. Ma se ai papà viene semplicemente chiesto di partecipare, questa concezione può cambiare. Quando qualcuno a scuola chiede la partecipazione dei papà, ecco che loro cominciano a rendersi conto che sono necessari. Non sempre gli uomini capiscono la loro utilità nelle questioni della famiglia, quindi in questo caso la soluzione migliore è chiedere loro direttamente di partecipare.

Dare loro un compito

Partecipare ad incontri senza un particolare obiettivo o scopo tende a non dare una giusta motivazione ai padri. Ma avere un compito specifico da raggiungere o un lavoro da portare a termine può favorire il coinvogimento dei papà. Provate a dare al papà qualcosa di specifico da fare, ad esempio un progetto per sistemare la casa, che includa la partecipazione dei bambini. Ad esempio, dipingere una porta o uno steccato del giardino può essere un buon progetto familiare nel fine settimana, così come aiutare in un progetto di scienze.

La giusta mentalità

A volte, per entrare in una giusta attitudine mentale è utile semplicemente trascorrere del tempo con la vostra famiglia. Per esempio, si potrebbe iniziare a pianificare di trascorrere del tempo con la famiglia, anxichè aspettare che che accada. Magari i fine settimana (o un giorno della settimana) può essere destinato ad essere “il tempo per la famiglia”, per poi organizzare le altre attività di conseguenza. Le serate oppure il vostro tempo libero dal lavoro possono essere dedicate ad attività di famiglia, almeno in parte.

Cercare nuove opportunità

Nel corso della giornata e della settimana, probabilmente verrete a conoscenza di  progetti scolastici, eventi, feste imminenti, e così via. Pensate a dei modi per essere coinvolti in  un evento, che si tratti di aiutare con un progetto, dell’incontro con un insegnante, o di andare con  i vostri figli a fare shopping per comprare qualche regalo.

Non dovete essere perfetti

A volte, papà possono sentirsi in una posizione scomoda o essere incerti circa il loro coinvolgimento nelle attività della famiglia, e tendono a delegare o a guardare da lontano. Ma nessuno è perfetto, e, alla fine, i vostri bambini potranno beneficiare della vostra “imperfetta” interazione con loro e sarà sempre meglio che non avervi affatto al loro fianco. Va bene fare degli errori!

AUTISMO: “…E DOPO DI NOI?”

Da pochi giorni, il 2 aprile, è stata la Giornata Mondiale dell’autismo.

La sindrome autistica rientra nell’ambito delle psicosi infantili ed è classificata come un disturbo pervasivo (generalizzato) dello sviluppo caratterizzato da gravi alterazioni del comportamento, della comunicazione e dell’interazione sociale.Questa patologia compromette il funzionamento del cervello, si manifesta nei primi tre anni di vita del bambino e dura tutta la vita. Si tratta di un disturbo invalidante non solo per il soggetto che ne è colpito, ma che porta pesanti ricadute anche sulle famiglie che, loro malgrado, si trovano a fronteggiarla quotidianamente.  Occorre liberarci dalle edulcorazioni che molti film o racconti ci mostrano rispetto all’autismo, dipingendo la malattia in maniera spesso errata ed eccessivamente semplicistica. I casi in cui i soggetti sono autonomi, in grado di vivere una vita pressoché normale o, addirittura, con competenze al di fuori della norma e “geniali” sono, purtroppo, un esigua minoranza. In realtà, nella maggior parte dei casi, il bambino (e adulto) autistico è a tutti gli effetti un disabile grave o gravissimo.

Risulta inevitabile, allora, riflettere sull’enorme carico di stress e malessere psicologico che si riversa inevitabilmente su famiglie che si trovano a combattere quotidianamente una sotterranea guerra con un mostro invisibile e subdolo.

Sì, perché l’autismo non si abbatte unicamente contro chi ne è colpito, ma è una malattia che coinvolge (e stravolge) l’intero nucleo famigliare: genitori, fratelli, nonni, zii. Ed è sicuramente una vera e propria guerra, senza pace né sosta, un lavoro non stop, 24 su 24. Il bambino autistico assorbe la vita di chi gli sta accanto, richiedendo cure ed attenzioni costanti: non esistono vacanze, uscite, domeniche. La stessa scansione giorno/notte è spesso stravolta. Occorre essere attenti ad ogni aspetto della vita quotidiana che potrebbe compromettere l’incolumità del soggetto autistico (nascondere oggetti pericolosi, stare costantemente attenti a porte e finestre…). A tutto ciò si aggiunge spesso un progressivo allontanamento degli amici (“..siamo seri, come si fa ad uscire in pizzeria se all’improvviso il bambino può avere una delle sue crisi?”).

La situazione arriva a peggiorare, se possibile, al compimento dei 18 anni di età, quando il giovane autistico si trova ad essere trattato come un disabile generico (troppo grande per il neuropsichiatra infantile, con una disabilità troppo particolare e contorta per gli stessi professionisti del settore). Gli sforzi fatti in età infantile, i progressi e le abilità acquisite rischiano allora di venire spazzati via dalla mancanza di un chiaro riferimento di servizi e di specialisti in grado di gestire questi ragazzi in modo adeguato.                                         Questo vuoto “istituzionale” produce un carico assistenziale eccessivo che grava quasi interamente sulle famiglie, sempre più schiacciate sotto il peso della malattia e a volte costrette addirittura a ricorrere a massicce dosi di farmaci per riuscire a tenere sotto controllo il comportamento dei propri figli. Gli stessi figli che, seppur cresciuti, rimangono “bambini” bisognosi di cure mentre parallelamente le forze dei genitori vanno progressivamente scemando con l’avanzare dell’età. L’esperienza mi ha portato a dire che sia proprio questo il timore più forte dei familiari di un soggetto autistico: la perdita di energie e risorse a causa dell’inevitabile invecchiamento (che dovrebbe portare come conseguenza all’essere sempre più sgravati da pensieri e responsabilità) si scontra con la drammatica consapevolezza di non essere tutelati e doversela “cavare da soli”. Quante volte sentiamo dire a madri e padri: “Spero che il mio ragazzo muoia poche ore o giorni prima di me”? una frase sicuramente terribile ma che fa comprendere in modo brutale quanto queste famiglie si sentano abbandonate e si pongano tutti i giorni la domanda riguardo la futura sorte del proprio parente una volta rimasto solo.

Occorre garantire ai soggetti autistici ed ai loro cari una quotidianità che, pur tra le evidenti difficoltà, sia il più possibile semplice e serena. Un grande riconoscimento va dato a tutte quelle associazioni di genitori che, rimboccandosi ogni giorno le maniche, si prodigano da sempre per sollecitare il mondo politico e la società allo scopo di garantire ai propri figli il giusto riconoscimento come esseri umani dotati di dignità.

Sono necessari supporti economici alle famiglie colpite dall’autismo, diagnosi specifiche fatte da personale altamente qualificato e formato, politiche adeguate e centri terapeutici, nonché un costante movimento culturale per diffondere le conoscenze su questa malattia, promuovere incontri, corsi di formazione ed aggiornamento, supporto psicologico ai famigliari ed agli amici dei soggetti autistici.

Per definirci davvero un popolo civile non possiamo ignorare le problematiche che la patologia autistica porta nella vita di tante persone: dobbiamo permettere a ciascun genitore il diritto – dovere di creare un futuro dignitoso ai propri figli, pur se disabili.